

Notizie tratte dal manuale
del volo libero

Il deltaplano è una
struttura di tubi, cavi, tela e bullonerie opportunamente studiati e disposti
per consentire, al mezzo ed al pilota, di volare in un ambito ben preciso di
condizioni meteorologiche, garantendo la massima affidabilità meccanica. Anche
se oggi gli apparecchi hanno la capacità di resistere ad accelerazioni che
raggiungono
La resistenza strutturale e l'autostabilità degli apparecchi sono testate e
certificate, all'origine, da appositi organismi:
i più noti sono quelli Americani, Tedeschi e Svizzeri dove, per necessità
(assenza di un'ente corrispondente), vengono collaudati anche gli aquiloni
italiani.
Un deltaplano è, in sostanza, una coppia di semiali tenute aperte ed
orizzontali da due "controventature", una superiore ed una inferiore.
La controventatura superiore è sostenuta dalla torre (o master), mentre quella
inferiore è sostenuta (in volo) dal trapezio, all'interno del quale trova
spazio il pilota.
È superfluo aggiungere che ogni "pezzo" ha il suo nome (Fig. 5-1) e
che imparare tali nomi sarà molto utile per comprendere il resto di questo
capitolo.
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VELA
Il materiale di gran lunga più utilizzato oggi e il Dacron, ma numerosi
costruttori propongono il Mylar, che conferisce all'aquilone prestazioni
lievemente superiori risultando, però, più delicato. La vela è sottoposta,
durante il volo, ad un lavoro di trazione ed i tessuti usati mostrano un rapporto
resistenza/peso ottimale per il Volo Libero.Il principale nemico della vela
è il sole, o meglio le radiazioni ultraviolette (U.V.) che esso emana.
Per questo motivo non è consigliabile lasciare il deltaplano aperto per intere
giornate; il problema tuttavia investe più direttamente i piloti di volo
ultraleggero, essendo nell'ordine delle migliaia il numero di ore necessario ad
un indebolimento rilevante: se l'aquilone viene regolarmente smontato al
termine di ogni volo tale cifra è praticamente irraggiungibile per molti anni,
mentre è una soglia rapidamente superabile da chi lascia l'ala montata in
permanenza e priva di una adeguata copertura protettiva (teloni o, meglio,
hangar).
Il danno alla vela può evidenziarsi attraverso un cambiamento dei colori
originali (sbiaditi) oppure della consistenza del tessuto stesso. In nessun
caso deve essere possibile forare la vela con la pressione, anche massima, di
un dito.
I tubi sono in lega aereonautica, a base di
alluminio, estremamente leggera e resistente sia alla trazione che alla
compressione. Le leghe maggiormente utilizzate sono Avional, Anticorodal
e, più recentemente, Ergal.
Molto importante nella identificazione del materiale è però anche la sigla
numerica che segue il nome: le caratteristiche, ad es. dell'Avional 22
sono ben differenti da quelle dell'Avional 18, e la scelta dei materiali
da usare è un problema estremamente complesso che deve restare di stretta
pertinenza di costruttori e collaudatori. Le differenze principali tra le
leghe utilizzate riguardano soprattutto la cosiddetta "morbidezza"
(cioè la capacità di assorbire urti deformandosi), la flessibilità ed il
rapporto tra peso e resistenza (tuttavia, dato che la resistenza minima
accettabile non può variare, tale differenza si tramuterà in un maggiore o
minore peso complessivo dell'apparecchio).
Un aspetto di estrema importanza in queste leghe è il fatto che deformazioni
anche modeste non possono essere neutralizzate con manovre di
raddrizzamento forzato: il raddrizzamento sarà solo apparente, ma a livello
microscopico si potrà osservare un danno doppio (danno dato dal primo urto, cui
si somma il danno del raddrizzamento).
Un tubo raddrizzato dunque non offrirà più le caratteristiche iniziali e
ignorare questo fatto comporta una inaccettabile riduzione dei margini di
sicurezza dell'apparecchio.
Si tratta di cavi di acciaio (fino a 92 singoli
fili) con carichi di rottura (in trazione) varianti tra i 400 ed i
I principali possibili problemi riguardanti i cavi sono:
Quando sia necessario sostituire un cavo è
indispensabile valutare con il costruttore la possibilità di sostituire anche
il cavo controlaterale: questo infatti potrebbe essersi, sia pur
minimamente, allungato ed il nuovo cavo, benché perfetto, porterebbe ad un
assetto asimmetrico dell'ala con risultati non ottimali.
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La bulloneria è sicuramente la parte più
sovradimensionata di tutta la struttura e, dunque, quella meno incline a
rappresentare un limite di resistenza per l'apparecchio.
Deve essere però ricordato che i dadi autobloccanti non possono essere
stretti e rilasciati più volte: i costruttori quindi consigliano la sostituzione
dopo ogni apertura.
Le viti utilizzate sopportano trazioni perpendicolari al loro asse dell'ordine
delle tonnellate e, a meno che non vengano seriamente danneggiate durante un
incidente o con manovre di apertura scorrette, non si romperanno mai. Il tipo
di lavoro cui sono sottoposte le diverse componenti sono schematizzati nella
figura 5-2.
In assetto di volo rettilineo la controventatura superiore non lavora,
mentre quella inferiore è costantemente sollecitata: i cavi e la barra lavorano
in trazione, mentre montanti e cross-bar lavorano in compressione. Le estremità
alari sono sollecitate in torsione ed in flessione.
In pratica osserviamo che tutti i cavi lavorano in trazione (nè potrebbe essere
altrimenti), mentre tutti i tubi (ad eccezione della barra di controllo)
lavorano in compressione; le ali inoltre sono sollecitate in flessione
(principalmente a livello del primo quarto e della parte terminale).
In aggiunta a quelli visti nel capitolo di aerodinamica, esistono alcune strutture od accorgimenti peculiari del deltaplano; esaminiamoli dunque brevemente cercando di capire il loro contributo alle proprietà di questa ala.
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L'angolo di naso è, semplicemente, l'angolo formato dalle
due semiali; per contro, la freccia è l'angolo formato da una semiala con la
retta perpendicolare alla chiglia sul piano orizzontale: una freccia pari a
zero corrisponde ad un angolo di naso di 180°, una freccia di 30° ad un angolo
di naso di 120° (Fig. 5-3).
È la differenza tra l'angolo di naso della vela, adagiata al suolo e non montata, e l'angolo di naso della struttura metallica. Quando la vela viene montata sulla struttura il suo maggiore angolo di naso le consente di gonfiarsi; oggi il tunnel è pressoché scomparso, mentre era molto evidente nei primi apparecchi. Essendo una differenza tra angoli si misura in gradi.
Come già detto, lo svergolamento è la differenza di angolo d'attacco (o angolo di incidenza) tra la corda centrale (in corrispondenza della chiglia) e la corda a livello delle estremità alari; nei deltaplani è fondamentale per la autostabilità longitudinale; lo svergolamento si misura in gradi.
Si intende la quantità di superficie velica (più precisamente di superficie proiettata) che viene ad essere ricoperta, inferiormente, da una vela indipendente e distaccata da quella superiore; si forma in tal modo una camera ispezionabile che, negli aquiloni di 5a generazione, contiene il Cross-Bar; si misura in percentuale.
È detto roach il taglio arrotondato del bordo d'uscita alle estremità alari, sostenuto da stecche a disposizione radiale (tale accorgimento, copiato dagli uccelli veleggiatori, riduce notevolmente la resistenza indotta).
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La storia del deltaplano, relativamente recente,
differisce da quella della maggior parte degli attrezzi sportivi ad alta
tecnologia: i materiali infatti erano già disponibili da tempo e non hanno mai
rappresentato un limite alla evoluzione (si pensi per contro alle racchette da
tennis o agli sci, inizialmente in legno, poi in metallo, poi in leghe
plastiche, la cui evoluzione era legata alla scoperta di nuovi materiali).
Nel nostro caso invece la evoluzione è stata soprattutto progettuale, si è
trattato cioè di studiare le migliori forme, avendo già a disposizione la
tecnologia necessaria.
Non si creda che fosse un compito facile: un'occhiata alla evoluzione storica,
riportata nella figura 5-4, ci mostra una trasformazione quasi totale ed i
moderni aquiloni di 5a generazione hanno veramente poco in comune con le ali
Rogallo (dal nome dell'ingegnere della NASA che per primo le progettò più di
cinquant'anni fa).
Notiamo sostanzialmente:
Sul versante delle
prestazioni notiamo che l'efficienza compie un poderoso balzo (da 4:1 fino agli
attuali 10:1), la velocità massima in sicurezza passa da 50 a 85 Km/h ed il
tasso di minima caduta si riduce da 2,5-3 m/sec a circa 1 m/sec.
Agli
inizi degli anni '80 è accaduto qualcosa di particolare nella storia evolutiva
del deltaplano: fino a quel momento infatti qualsiasi innovazione strutturale è
coincisa con un indiscutibile miglioramento di tutti i parametri rilevanti ed
ha quindi reso sorpassati i modelli precedenti.
Con la 4a generazione (Atlas,
Mars e simili) invece sono state raggiunte caratteristiche tali per cui le ali
di 5a generazione si
differenziano da queste senza poter essere considerate superiori in senso
assoluto. In altri termini un ala di 5a
generazione offre una maggiore velocità ed una migliore efficenza, ma paga in
termini di facilità di guida, soprattutto in fase di atterraggio ed in termica.
Per questo motivo, anche oggi, vengono prodotti e commercializzati
numerosissimi deltaplani di 4a
generazione (i cosiddetti intermedi) che trovano un loro preciso utilizzo nei
primi anni di volo. Ad onor del vero si deve aggiungere che le attuali ali di 4a
generazione sono state modificate rispetto ai primi modelli e vengono oggi
concepite e costruite proprio per chi inizia a volare. Allo stesso modo gli
sforzi dei costruttori sono suddivisi secondo due direzioni distinte: gli
aquiloni da competizione, dalle altissime prestazioni ma troppo impegnativi per
un pilota inesperto o che vola raramente, e gli aquiloni per chi vuole divertirsi
in tranquillità. Con il passare del tempo sarà il pilota a decidere se
privilegiare velocità ed efficienza oppure facilità e docilità.
Il deltaplano non ha le esatte caratteristiche di
un "profilo alare ideale" (quello che abbiamo utilizzato per studiare
l'aerodinamica) ma gode, invece, di alcune proprietà particolari.
La più rilevante, è la flessibilità che modifica la risposta
dell'apparecchio ai fattori di carico.
L'aerodinamica insegna che, all'aumentare del
carico alare, aumentano tutte le velocità, ma non varia la massima efficenza
ottenibile.
Questo significa che, decollando in aria calma con un apparecchio biposto e
mantenendo la giusta incidenza, raggiungerò sempre e comunque lo stesso punto,
sia che voli da solo, sia che trasporti un passeggero di 90 Kg! L'unica
differenza sarà data dal tempo di volo: da solo, viaggiando più lentamente, ci
metterò di più; in due il viaggio sarà più rapido. Trasportata così brutalmente
nella realtà quotidiana, questa affermazione è assolutamente falsa, come
ben sà chiunque abbia fatto dei voli doppi.
Egli ha potuto constatare che, volando in due, l'efficenza si riduce
notevolmente, e non basta: chi fa voli in biposto sa che trasportando
passeggeri di peso differente, è utile modificare il punto di aggancio,
arretrandolo per pesi leggeri ed avanzandolo per pesi maggiori, in modo da non
trovarsi, una volta in volo, troppo picchiati o troppo cabrati.
E allora? Forse che i dogmi dell'aerodinamica non sono poi così veri?
No, è sufficiente applicare la teoria in modo corretto per ottenere, anche in
questi casi apparentemente "difficili", la giusta spiegazione.
Un'ala flessibile cambia la sua forma in seguito a sollecitazioni (ed il
peso è una di queste): un deltaplano per volo biposto con il solo pilota
agganciato ha una forma differente da quella dello stesso apparecchio che
trasporta due persone. Da un punto di vista aerodinamico si tratta di due
"macchine volanti" anche molto diverse; invece, quando l'aerodinamica
afferma che al variare del carico variano soltanto le velocità di volo, dà per
scontato che si stia sempre parlando della stessa "macchina volante"
(ad esempio un aliante, che non varia eccessivamente forma con uno o due
passeggeri). In termini più tecnici potremmo dire che un'ala flessibile non ha
una sola polare, ma ne ha tante quante sono le forme che può assumere al
variare del carico. Esaminiamo ora in maggior dettaglio cosa accade al nostro
biposto: con il passeggero, l'apparecchio risponde al maggior carico flettendo
all'indietro le semiali (questo accade perchè esse vengono
"tirate" dalla vela che risulta più "bombata", cioè con un
maggior tunnel). La forma che ne risulta è meno allungata ed offre maggior
resistenza: di conseguenza il biposto sarà meno efficiente rispetto
a quando viene volato dal solo pilota.
La flessione, inoltre, determina un incremento dello
svergolamento, riducendo ulteriormente l'angolo di incidenza alle estremità:
questo ne riduce il contributo "sostentatorio" spostando, di fatto,
in avanti il centro di spinta (il punto dove possiamo immaginare
applicata la portanza) e determinando un assetto di volo più cabrato (la
barra di guida sarà più in avanti e l'apparecchio volerà ad un angolo di
incidenza maggiore, nei casi estremi sarà vicino allo stallo). Ecco perchè gli
istruttori, con passeggeri particolarmente pesanti, spostano leggermente in
avanti il punto di aggancio, ristabilendo gli equilibri.
Gli
apparecchi con geometria variabile (quelli dotati di "overdrive", che
consentono di modificare, durante il volo, la tensione della vela) sfruttano
proprio la flessibilità del deltaplano: semplificando un poco la situazione si
può dire che, pur senza alterare il carico alare, l'overdrive
"tirato" tende ad impedire (o limitare) una eccessiva flessione
all'indietro delle semiali; ne derivano un appiattimento della vela (minor
resistenza e maggiore velocità di stallo) ed maggior allungamento (minore
resistenza e minore maneggevolezza). Anche in questo caso, dunque, le
modificazioni tensionali si traducono in modificazioni di forma e di
prestazioni. Deve però essere sottolineato che tali modificazioni sono
evidenti soltanto quando l'ala è sotto carico, cioè in volo. In termini aerodinamici,
possedere un deltaplano a geometria variabile equivale a possedere tanti
apparecchi (uno per ogni posizione dell'overdrive) con caratteristiche (polari)
differenti, ed è bene assicurarsi che "tutti" siano comunque
autostabili.
Infatti un meccanismo molto simile a quello già osservato per il biposto, fa sì
che, agendo sull'overdrive, venga spostato il baricentro, e si modifichi quindi
l'assetto di volo: questa variazione è evidenziata dalle posizioni della barra
rispetto al pilota durante il volo a velocità di trim, per diverse tensioni
dell'overdrive.
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Lo scopo dell'imbragatura è quello di consentire al pilota un
aggancio sicuro al deltaplano, di garantirgli la possibilità di eseguire le
manovre necessarie e, perchè no, di permettergli anche una certa comodità,
indispensabile nei voli di lunga durata.
Per poter essere validamente agganciati è indispensabile che l'imbragatura, di
qualsiasi tipo sia, preveda le spalline e, soprattutto, i cosciali.
I primi modelli erano a seggiolino, ma considerazioni di maneggevolezza
e di aerodinamica li hanno fatti scartare; può capitare ancora di vederne
qualcuno nelle zone dove si vola prevalentemente in dinamica; rimangono
tuttavia una curiosità.
La posizione prona, con il corpo sospeso ad almeno
10-15 cm sopra la barra di controllo, si è rivelata, nei fatti, la più
vantaggiosa, sia in termini di manovrabilità (e di affaticamento) che di bassa
resistenza all'aria.
Poiché, però, decollo ed atterraggio avvengono (o dovrebbero avvenire!) con il
pilota in piedi, tutte le imbragature debbono prevedere la possibilità della
doppia posizione. Tale possibilità è ottenuta appendendo l'imbragatura per la
parte centrale, in modo che possa oscillare "a bilanciere" in avanti
ed all'indietro: due appositi tiranti, poi, limitano l'eccessivo abbassamento
della parte anteriore e, come vedremo, la loro lunghezza (regolabile) determina
l'assetto effettivo di volo.
Dopo il decollo, spingendo sulla pedalina o sul fondo dell'imbragatura, il peso
del pilota viene spostato verso l'alto e, soprattutto, in avanti ponendo la
struttura in senso orizzontale. Prima dell'atterraggio si dovrà compiere la
manovra opposta: estraendo i piedi dal pedalino (o dall'imbragatura),
l'arretramento del peso corporeo ripristina la condizione verticale; su alcuni
modelli recenti (pesce, scorpio) tale manovra richiede un "aiuto" da
parte delle braccia che, trazionando verso il basso i montanti, agevolano il
sollevamento della parte anteriore.

La
possibilità di veleggiare a lungo ha reso la comodità dell'imbragatura una
caratteristica tutt'altro che secondaria: è veramente un peccato dover
abbandonare un cielo ricco di termiche per dolori muscolari dovuti alla
posizione scomoda.
Sono quindi stati progettati e proposti diversi modelli che esamineremo
rapidamente (Fig. 5-7):
L'imbragatura più semplice, spalline e cosciali, viene proficuamente utilizzata
nei campetti scuola, quando non è necessario (nè utile) assumere una posizione
prona, ma diviene rapidamente insufficiente dopo i primi voli.
Imbragatura a gambali: non più molto usata, rappresenta uno dei primi
tentativi di consentire l'orizzontalità di volo.
Imbragatura a staffa: evoluzione della precedente, è munita di una
staffa sulla quale si appoggiano i piedi, durante il volo, per poter spostare
il peso del corpo anteriormente e quindi orizzontalizzarsi. Comoda e leggera
richiede tuttavia che venga mantenuta una costante spinta sulla staffa, e pone,
a volte, problemi nella corsa di decollo.
Cocoon: è una imbragatura a staffa "integrale": imbrago e
staffa sono uniti da una striscia di tessuto sottostante che, durante il volo,
contribuisce a sostenere il peso del corpo.
Sempre alla ricerca di nuove soluzioni, non solo più comode, ma anche più calde
e protette dall'aria, i progettisti hanno creato il primo modello
"integrale" detto Pesce: "l'ingresso" del pilota
avviene da sotto, anzichè da sopra (come nel caso della cocoon); un sistema di
cerniere consente poi di chiudere l'apertura ventrale ed il pilota si trova
avvolto in una specie di "sacco a pelo" durante tutto il volo. In
atterraggio sarà necessario riaprire la cerniera per tempo in modo da
poter estrarre il "carrello" ed atterrare in piedi. Tra i vantaggi
che vengono attribuiti al Pesce vi sono la citata protezione termica ed la
notevole comodità di volo; tra gli svantaggi va ricordato il sistema di tiranti
alle cerniere (capita di vedere piloti che non riescono ad estrarre le gambe
dall'imbrago ed atterrano "sulla pancia") ed il notevole ingombro.
Scorpio: simile al Pesce se ne differenzia principalmente per due
particolari: il peso del pilota è sostenuto da due leggerissime staffe rigide,
lunghe circa 40 cm e site dorsalmente; l'imbrago è unito al punto di aggancio
per mezzo di un semplice cavo, con vantaggi aerodinamici. Il passaggio in
posizione verticale, come accennato, può richiedere un minimo di trazione
verticale sui montanti. In molti modelli più recenti (pensati per la
competizione) le due staffe sono sostituite da una piastra di materiale rigido,
nella quale è impiantata un'asola di acciaio; il cavo di aggancio può scorrere,
avanti ed indietro, nell'asola permettendo di variare l'assetto durante il
volo.
Queste ultime vengono dette imbragature "ad assetto variabile" e
richiedono una certa abitudine prima di risultare "comode".

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La
regolazione dell'imbragatura deve avvenire a terra (mai durante un volo !),
appesi ad un idoneo supporto (cavalletto o altro), e si dovrà porre attenzione
a tre distinti aspetti (Fig. 5-8):
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Un
aggancio troppo alto rende faticosa e difficile la manovra, (oltre che
per i motivi esposti in figura 5-9, anche perché si è costretti a pilotare con
le braccia distese), ma un aggancio troppo basso comporta il rischio che
la sacca del paracadute, strofinando contro la barra di controllo, si
apra con conseguenze anche molto gravi, per noi e per l'apparecchio.
La manovra di prova con un compagno che regge il naso del delta rientra tra le
"buone abitudini" da adottare prima di ogni decollo: in queste
condizioni è infatti possibile accorgersi se qualcosa non è ben sistemato e
correggerlo; si potranno, inoltre, ridurre i casi (più frequenti di quanto si
creda) di mancato aggancio: sempre distruttivo per il delta, spesso
gravemente lesivo anche per il pilota.
Le imbragature devono essere
conservate in luogo asciutto e periodicamente controllate, verificando
ed eventualmente sostituendo i cavi quando mostrino segni di usura e comunque almeno
ogni anno (terremo lo stesso criterio prudenziale degli alpinisti e degli
speleologi che, come noi, affidano a cordami sintetici la loro vita).
Si dovrà inoltre attentamente verificare che la sacca del paracadute sia ben
cucita e che i velcri di chiusura tengano bene (non è infatti rarissimo il
caso di paracadute che si aprono "spontaneamente", rovinando il volo
e, a volte, anche l'aquilone . . . ). La parte che sopporta il maggior carico
sono i cosciali (nella fase di decollo e di atterraggio): anch'essi
andranno dunque attentamente verificati.

Le
ragioni che hanno spinto la FIVL ha considerare il paracadute d'emergenza OBBLIGATORIO
(nel volo con deltaplano) dipendono dalla possibilità che la sua struttura
rigida (i tubi di alluminio o le stecche preformate) ceda, per condizioni
meteorologiche eccessive, per manovre incongrue od acrobatiche oppure ancora
per una precedente lesione, rendendo completamente impossibile manovrare
l'apparecchio.
La Legge non ne prevede l'obbligatorietà e, potremmo dire, meno male:
altrimenti esisterebbero anche complicatissime procedure di certificazione e
periodici controlli, che renderebbero ancora più difficile volare in autonomia.
Tuttavia, almeno per i deltaplanisti, questa "ruota di scorta" è da
considerarsi indispensabile ed il numero di vite salvate fino ad oggi conferma,
al di là di ogni possibile dubbio, l'utilità di questa norma federale.

Il
paracadute d'emergenza deve essere utilizzato in caso di danno strutturale
dell'apparecchio o in caso di forte malessere, tale da compromettere ogni
capacità di guida; non deve essere invece utilizzato in presenza di cumulonembi
per sfuggire all'ascendenza (i cumulonembi vanno semplicemente ed assolutamente
evitati!)
Dopo aver
deciso che è necessario aprire l'emergenza la sequenza delle operazioni da
compiere (con lucidità e nel minor tempo possibile) è la seguente:
Dai test
eseguiti il tempo di apertura (a minima velocità dell'aquilone) è
risultato pari a circa 1,5 sec. di cui 1,1 per distendere completamente
le funi e 0,4 per l'apertura della calotta.
Con l'aumentare della velocità diminuisce il tempo di apertura della calotta,
ma il tempo necessario per la distensione delle funi resta quasi invariato,
dato che dipende in larga misura dalla forza di lancio. Quindi lanciare con
estrema energia!
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Quando
l'aquilone è ancora intero il paracadute deve essere lanciato all'indietro,
poichè altrimenti la fune di vincolo farebbe forza sulla barra rivoltando
l'apparecchio (Fig. 5-10).
Se invece l'aquilone è rotto si possono verificare alcune situazioni diverse:
Un ultimo consiglio:
se, nel momento in cui pensate di aprire l'emergenza, siete alti, potete forse
cercare di riprendere il controllo dell'apparecchio oppure attendere per
qualche secondo con la sacca in mano il momento più favorevole, ma se siete
bassi ogni attimo è prezioso: lanciate immediatamente !
Ricordate comunque che, in una vite molto accentuata, la forza centrifuga può
essere tale da farvi perdere conoscenza.
Per
imparare a volare con il deltaplano è necessario trascorrere un buon numero di
giornate trasportando, avanti e indietro su di un terreno pressochè
pianeggiante, alcuni chili di tubi e vele che, sbilanciandosi e subendo
l'influsso del vento, mettono a dura prova la pazienza e la resistenza degli
aspiranti piloti. Al termine di questo "supplizio", tuttavia,
l'allievo ha imparato ad effettuare le due manovre fondamentali del volo: decollo
ed atterraggio; si tratta di quelle maggiormente impegnative perchè sono le
due "zone di scambio" tra ambiente terrestre (immobile e piuttosto
solido) ed ambiente aereo (leggerissimo ma molto mobile).
I primi voli alti inseriscono, tra decollo ed atterraggio, alcuni minuti di
dolce planata e due problemi nuovi: il mantenimento di una rotta prefissata e
le procedure di avvicinamento al campo di atterraggio (che deve sempre essere
generosamente ampio). Quando un allievo è in grado di compiere queste quattro
manovre con padronanza ed in modo preciso può tranquillamente affrontare e
superare le prove pratiche dell'esame.
Tuttavia il volo delta può essere ben di più: diviene ben presto evidente che è
possibile migliorare le proprie capacità di sfruttare le correnti aree e salire
a quote superiori rispetto al decollo, di giocare con il vento anche per ore,
di raggiungere mete lontane decine o centinaia di chilometri.
In questo capitolo esamineremo, per i diversi momenti della progressione
didattica, i principali problemi che si incontrano, ne analizzeremo le cause e
prospetteremo le soluzioni che scaturiscono dalla nostra ed altrui esperienza.
Nulla di ciò che è scritto potrà sostituire l'impegno e la fatica che, sotto
l'attenta guida di un istruttore, sarà necessario spendere (o meglio
investire) per impadronirsi dei "segreti" del volo, tuttavia
riteniamo che la conoscenza delle seguenti osservazioni possa rendere più
agevole e sicuro l'apprendimento stesso.
Come in
numerose altre attività sportive, la sicurezza nel Volo Libero non è passiva
(lo è, invece, quella dei giocatori di biliardo che, se non accadono fatti
davvero eccezionali, rischiano molto poco della loro incolumità fisica), bensì attiva.
Questo significa che la sicurezza, nel volo, può essere raggiunta solo
attraverso uno sforzo costante e consapevole in tale direzione:
manutenzione "pignola" dell'attrezzatura, valutazione delle
condizioni ambientali in assoluto ed in relazione alla propria abilità,
capacità di frenare l'impulso di "buttarsi" quando esistono ragioni
valide per non farlo (salute, farmaci, e così via). In compenso, quando il
pilota affronta il volo in modo maturo e consapevole, questo non ha
coefficienti di rischio molto superiori a quelli di altre attività sportive
(vela, motociclismo).
Iniziamo dunque con alcune osservazioni fondamentali, che dovranno rimanere
sempre vive in un angolo della nostra "mente volante", il prezioso
angolo dedicato, appunto, alla sicurezza.
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Il
deltaplano è unico, tra i mezzi volanti, per il suo particolare sistema di
guida a spostamento di peso.
Come vedremo più in dettaglio in seguito, la direzione, l'angolo di incidenza
e, conseguentemente la velocità, vengono variate spostando il peso del pilota
(e quindi il suo baricentro); questo si ottiene agendo sulla barra o, in
decollo ed in atterraggio, sui montanti.
È dunque importante sottolineare fin d'ora che, per ottenere una reazione
dell'apparecchio, non è sufficiente spostare le spalle da un lato (mentre gambe
e fondoschiena ruotano nel senso opposto) ma è necessario spostare il
proprio baricentro, il che implica un certo lavoro, e quindi un certo
sforzo (Fig. 5-11).
Per ora ci limitiamo ad osservare che lo spostamento del peso in avanti
riduce l'angolo di incidenza e determina una presa di velocità, mentre
uno spostamento del peso all'indietro, aumentando l'angolo di incidenza,
determina un rallentamento e, se eccessivo, uno stallo.
Il sistema a spostamento di peso ed il basso carico alare implicano che non si
possono affrontare in sicurezza (e quindi non si devono affrontare)
tutte le condizioni meteorologiche e, in particolare, quelle caratterizzate da:
Oltre ai
limiti strutturali propri del deltaplano, infatti, anche il sistema di
pilotaggio rappresenta un limite che condiziona le possibilità di impiego
dell'apparecchio.
Altro argomento che merita un accenno preliminare è la
differenza tra velocità relativa all'aria e velocità relativa al suolo (che
dipende in larga misura dalla forza e dalla direzione del vento nel quale
voliamo).
Sappiamo infatti che volando (con qualsiasi ala) siamo immersi in una massa
d'aria ed i parametri di volo (velocità, incidenza, direzione del moto ecc..)
sono riferiti ad essa e ad essa soltanto. Quando è utile o necessario riferirli
al terreno (come durante il decollo, l' atterraggio o nel mantenimento di una
rotta prestabilita) diventa indispensabile considerare anche il movimento
che la massa d'aria in cui voliamo compie relativamente al suolo: dobbiamo,
cioè, considerare il vento!
Ad esempio (Fig. 5-12), con un vento di 20 Km/h, se ci troviamo a volare a 30
Km/h a favore di vento la nostra velocità rispetto al suolo sarà ragguardevole
(20+30=50 Km/h); con lo stesso vento e la stessa velocità di volo ma direzione
opposta (controvento) la nostra velocità al suolo sarà di soli 10 Km/h. Se, per
assurdo, ci trovassimo a volare controvento in una massa d'aria la cui velocità
supera quella massima del nostro apparecchio, ci troveremmo ad indietreggiare
rispetto al suolo, pur tirando al massimo la barra di controllo (con le
conseguenze che è facile immaginare).
Analoghe considerazioni valgono per masse d'aria che investono il deltaplano
trasversalmente: in questo caso varia, non solo la velocità relativa al suolo,
ma anche la traiettoria di volo.
Sarà allora necessario, per mantenere una rotta prestabilita, volare in una
direzione angolata rispetto a questa (l'angolo tra rotta apparente e rotta
reale, detto angolo di deriva, sarà tanto più ampio quanto maggiore sono la
componente laterale e la velocità del vento che ci investe): tale tecnica è
alla base dell'andatura detta "a granchio" (Fig. 8-9).
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Da quanto
detto risulta evidente l'importanza di decollare ed atterrare sempre e
soltanto controvento.
Anche qui valga qualche esempio: immaginiamo di disporre di un ala che
richiede, per volare, una velocità minima di 28-30 Km/h; per poter decollare,
cioè mettere l'ala in volo, dovremo quindi portarla a circa 30 Km/h,
relativamente alla massa d'aria nella quale ci inseriamo.
A questo punto:
Analoghe
considerazioni riguardano l'atterraggio.
Ben si comprende perchè le zone di decollo ed i campi di atterraggio devono
sempre essere attrezzati con maniche a vento visibili ed efficienti.
Prima di
ogni volo è indispensabile formulare un piano di volo che risponda,
almeno, alle seguenti domande:
Questa
regola, che prendiamo volentieri "in prestito" dai sommozzatori, è
una norma prudenziale in grado di ridurre notevolmente le conseguenze di un
incidente, magari banale o comunque risolvibile da un "assistente.".
Nel caso di località sconosciute, poi, è molto utile (oseremmo dire
indispensabile) prendere contatti con "volatili" locali (ormai il
Volo Libero è molto diffuso, e sono pochi i posti sfruttabili che non siano già
stati "sperimentati" da qualche pilota di deltaplano o di
parapendio): ogni posto, infatti, ha le sue particolarità, non necessariamente
positive (punti di difficile attraversamento, zone perennemente in sottovento,
particolari orari di brezza, ecc.) che è molto utile conoscere in anticipo.
Per
quanto possa sembrare troppo ovvio, ricordiamo che, per poter volare con il
deltaplano, è indispensabile agganciarsi ad esso: gli incidenti dovuti
al mancato aggancio sono più frequenti di quanto si possa pensare.
Appena atterrati vi sono due cose
da fare immediatamente: sganciarsi (rapidamente) ed osservare lo spazio aereo
sopra all'atterraggio per verificare la presenza e la posizione di eventuali
altri piloti (peraltro già notati duranti le fasi di avvicinamento): se non c'è
nessuno in arrivo ci si dirigerà celermente a bordo campo e verso la
zona di smontaggio; se invece ci sono altri piloti in fase di atterraggio ci
sposteremo verso il bordo campo più vicino, senza tagliare la strada a chi
sta arrivando; l'unica eccezione è rappresentata da atterraggi quasi
contemporanei nei quali, una volta atterrati, conviene rimanere immobili per
non sorprendere il pilota che sta sopraggiungendo.
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Sollevamento: il trapezio viene spinto in avanti, facendo perno
sulla barra che è sempre appoggiata al terreno (Fig. 5-13). Soltanto quando
è stato raggiunto un equilibrio longitudinale vengono impugnati i montanti, con
i dorsi delle mani rivolti all'esterno, e con le mani ad uguale distanza dalla
barra. Si solleva poi l'aquilone in quella che diventerà la posizione standard
di decollo. I piedi sono uniti (eventualmente un piede sarà lievemente avanzato
rispetto all'altro per percepire la pendenza del terreno).
Ricerca di un assetto orizzontale: restare in equilibrio con il
deltaplano sollevato è, all'inizio, un esercizio difficoltoso; è relativamente
facile capire quando lo si stà eseguendo correttamente, dal momento che non
dovrebbe richiedere uno sforzo fisico notevole, bensì sfruttare il peso stesso
ed il buon bilanciamento dell'apparecchio.
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Verifica
dell'influenza delle braccia (e dell'inclinazione del busto) sull'incidenza: già in questo momento è utile
comprendere gli effetti dell'incidenza sui momenti successivi (Fig. 5-14:
incidenza troppo elevata=freno alla corsa; incidenza troppo
scarsa=sopravanzamento con rovinosa caduta a pochi metri).
Osservazione del segnavento obbligatorio sul cavo anteriore: il
neopilota deve iniziare ad esprimere giudizi personali sulle condizioni del
vento in relazione ad un possibile decollo.
Corsa
progressiva con rilevamento della trazione esercitata dall'aquilone che inizia
a volare: in
questo esercizio dovrebbe essere perfezionato il controllo dell'incidenza
dell'apparecchio durante la corsa. È raro riuscire a tenere l'incidenza giusta
fin dalle prime volte: la più frequente causa di un'incidenza troppo bassa è
l'esagerata inclinazione in avanti di busto e capo; al contrario, se all'inizio
della corsa portiamo in avanti le braccia, l'incidenza è troppo elevata e non
si riuscirà a mettere in volo l'aquilone (anzi esso agirà da freno aerodinamico
restando indietro rispetto al nostro corpo).
Fin da queste prime fasi è necessario capire che siamo noi, attraverso il
controllo dell'angolo di incidenza, a determinare la velocità di corsa
dell'insieme pilota+delta. La trazione verticale dell'apparecchio può essere
meglio apprezzata mantenendo l'imbrago in tensione (sostenendo, cioè,
l'aquilone in corsa).
Cambio dell'impugnatura (sempre ai montanti): è raro che questo
esercizio venga compiuto senza commettere, almeno alle prime volte, l'errore di
rallentare durante il cambio; l'aquilone tende allora a sopravanzarci e a
cadere. È invece necessario continuare l'accelerazione anche (e
soprattutto) durante il cambio di impugnatura (Fig. 5-15). Per quanto possa
sembrare innaturale (verrebbe infatti voglia di "frenare"), accelerare
la corsa è l'unico modo per evitare una caduta precoce: spingendo in avanti
i montanti aumenteremo l'angolo di incidenza, e l'ala si fermerà (in effetti
dobbiamo, prima di tutto, fermare l'aquilone!).
Stallo di arresto: la corsa si conclude con uno stallo di arresto,
deciso ed anticipato. La "smania" di volare subito potrebbe essere
una cattiva consigliera, inducendoci a sollevare le gambe proprio nel momento
in cui l'apparecchio smette di volare (anche se sosteneva solo sè stesso,
infatti, stava già volando) con conseguenze comiche e, a volte, rovinose.
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Corsa
progressiva fino a raggiungere la velocità minima di decollo: la fatica è cattiva consigliera,
ci dice che stiamo correndo forte quando invece non è vero. Se riusciamo a
raggiungere e superare la velocità di volo l'aquilone si stacca dal pendio in
modo dolce e lineare; se invece siamo troppo lenti, dopo un primo attimo
l'apparecchio tende a picchiare, per compensare la lentezza, con pericolosissime
"sfiorate" al terreno. In alternativa può stallare immediatamente
ritornando verso il pendio (Fig. 5-16).
Mantenimento di una traiettoria rettilinea: una posizione composta
favorisce la concentrazione del corpo-peso e la sua governabilità: dunque sguardo
in avanti (e non puntato sulla verticale sotto di noi), piedi vicini e gambe in
lieve flessione; una lieve trazione sui montanti serve ad evitare velocità
prossime a quella di stallo. Un errore frequente consiste nell'appendersi ai
montanti con le mani; questo è dannoso per diversi motivi:
Una
soluzione relativamente semplice consiste nel tenere i montanti a "mani
più aperte", cioè cingendoli senza stringerli; la tendenza ad
appendersi si trasformerà in uno scivolamento delle mani sui montanti stessi
senza alcuna compromissione delle possibilità di controllo.
Prime correzioni di rotta: spostare "il peso del corpo" (e non
solo una parte di esso) nella direzione indicata dall'istruttore o nella
direzione opposta a quella indotta da una turbolenza. Dopo qualche attimo, e
solo se necessario, compensare (spostare il peso nella direzione opposta)
ricercando l'orizzontalità. È molto utile provare i primi spostamenti di peso
agganciati ad una struttura fissa con una sbarra davanti. Si imparerà in tal
modo a distinguere tra "spostamento" (testa, busto e gambe, in asse e
decentrati) e "torsione-rotazione" (testa e busto da una parte,
sedere e gambe dall'altra); come già esposto la seconda manovra non ha alcun
effetto poichè non modifica la posizione del baricentro.
Un errore particolarmente pericoloso consiste nell'allontanare i montanti
durante un tentativo di correzione: è un movimento naturale che insorge
quando l'aquilone sembra andare dove non vorremmo e questo fatto ci spaventa;
purtroppo l'allontanamento dei montanti (che determina un ulteriore
rallentamento, se non addirittura uno stallo) può rendere irrecuperabile
una situazione già difficile, vediamo di capirne bene il perchè.
Come ogni mezzo volante (vedi capitolo di aerodinamica) l'aquilone risponde
prontamente alle correzioni solo se ha una velocità sufficiente; quando
voliamo troppo lentamente (con angoli di incidenza troppo elevati) è facile
raggiungere una condizione definibile come "pre-stallo"; l'apparecchio
diventa, per così dire, pigro e stupido (nel senso che non ci aiuta a
correggere eventuali perdite di assetto ma, anzi, sembra volerle aggravare); ne
consegue che una perdita di orizzontalità che, in queste condizioni, può essere
recuperata solo facendo, come prima cosa, riprendere una velocità adeguata
all'aquilone (tirando a sè i montanti); successivamente (o, se il
terreno è molto vicino, quasi contemporaneamente) si correggerà la rotta
contrastando con il proprio peso. L'errore di allontanare i montanti, per
quanto istintivo, sortisce l'effetto di rallentare ulteriormente l'apparecchio:
la perdita di orizzontalità non sarà recuperabile e l'apparecchio continuerà la
virata non voluta con maggior energia di prima.
Atterraggio: una volta smaltita la velocità in effetto suolo,
"aprire" con decisione, spingendo con forza sui montanti (che avremo
avuto l'accortezza di impugnare "alti", cioè almeno all'altezza delle
orecchie). È proprio in atterraggio che i neopiloti si sbizzarriscono
proponendo e riproponendo alcuni (ormai prevedibili) errori:
Bisogna, da ultimo, ricordare che lo stallo è una manovra
che consuma un minimo di energia: essa diviene inattuabile se l'aquilone non ne
possiede più. Semplificando possiamo dire che l'energia dell'aquilone, in
atterraggio, è direttamente proporzionale alla sua velocità (tanta
velocità=tanta energia): se aspettiamo troppo prima di stallare (stallo
ritardato) l'apparecchio non disporrà più dell'energia sufficiente e non ci
sarà possibile fermare completamente il delta; in questo caso si dovrà correre
o sfruttare le indispensabili ruote per mitigare l'impatto in movimento,
altrimenti la barra tocca il terreno arrestando molto bruscamente aquilone e
pilota.
D'altro canto se stalliamo troppo presto, prima di aver smaltito l'energia in
eccesso (aquilone ancora troppo veloce), la inopportuna restituzione di energia
tenderà a farci risalire: in questo caso è necessario tenere aperto con le
braccia ben distese. Il delta ci paracaduterà dolcemente al suolo; se, al
contrario ci venisse la tentazione di richiamare (tirare a noi i montanti),
cadremmo con inusitata violenza (Fig. 2-17).
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La zona
di decollo deve essere il più aperta possibile in modo che il vento, non
incontrando ostacoli, investa le ali in modo lineare.
Bisogna diffidare particolarmente dei decolli costituiti da una striscia di
terreno (sia pur larga 25-30 mt) compresa tra due filari di alberi; in queste
condizioni una componente laterale nel vento genera una discendenza lungo tutto
il corridoio. Nei casi di vento a 30-40 Km/h anche eventuali affossamenti o
dune possono causare difficoltà.
La pendenza dovrebbe essere almeno doppia rispetto alla linea di discesa
dell'aquilone (ideale tra i 20 ed i 30 gradi).
Come abbiamo già accennato il vento ha una notevole
importanza nella fase di decollo: ormai sappiamo bene che l'ideale sarebbe una
brezza frontale di 10-15 Km/h, tuttavia non sempre è così.
Vento zero
In assenza di vento si può decollare, ma è necessario correre fino alla
velocità di decollo (una bella corsa: 30 Km/h!)
Vento da dietro
Se la manica gira ed il vento ha una, sia pur lieve, componente posteriore NON
SI DECOLLA: è vero che ci sono piloti che si vantano di essere partiti col
vento dietro (chissà poi perchè è un vanto) ma i ricambisti di metalli ed ossa
possono testimoniare di avere spesso da costoro del prezioso lavoro.
Vento moderato
Se il vento è frontale e laminare, esso rappresenta un ostacolo soprattutto al
montaggio ed ai movimenti a terra, mentre il decollo vero e proprio richiede
una assistenza. Una persona esperta ai cavi anteriori è praticamente indispensabile;
altre due persone che tengono i cavi laterali (stando posteriormente a questi) sono
utili. Al momento del decollo, raggiunto l'equilibrio laterale, le due
persone ai lati lasciano i cavi, mentre la persona che sta davanti tiene le
mani intorno ai cavi, lasciandoli però completamente liberi di scorrere ed
intervenendo solo su richiesta del pilota.
Trovata la giusta incidenza il pilota darà l'ordine precedentemente
concordato (ad es. "pronto !"): l'assistente si sposterà ed il
pilota partirà senza indugiare.
In presenza di vento (frontale) diviene cruciale saper regolare l'incidenza
dell'apparecchio durante il sia pur breve avanzamento sul terreno: se
l'incidenza è giusta l'aquilone (ed almeno lui) si metterà immediatamente in
volo esercitando anche una lieve trazione sull'imbrago; se è necessario
aumentare la velocità avanzando, si dovrà ridurre leggermente l'angolo di
incidenza e non spingere con il corpo sui montanti: ricordiamoci che, a questo
punto, l'apparecchio (che è in volo) è già governabile attraverso lo
spostamento di peso, da applicarsi al punto di aggancio.
Vento laterale
Se è a 90 gradi, sia pur debole, è necessario attendere che cambi direzione o
sospendere il decollo. Se è a 45 gradi e debole può essere affrontato:
tenderemo ad orientarci maggiormente al vento, tenendo presente che il limite
alla rotazione è rappresentato dall'ala di monte che sfiora il terreno
durante la corsa.
L'ala maggiormente esposta al vento verrà tenuta impercettibilmente più
bassa (anzi si terrà normalmente, ma saremo pronti a bloccarne un eventuale
innalzamento).
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Come più
ampiamente spiegato nel capitolo di meteorologia, quando l'aria è instabile dal
pendio riscaldato si staccano bolle che vengono sospinte contro il pendio
stesso. Attraversando la zona di decollo, queste si presentano come
intermittenti rinforzi del vento. È utile riconoscere la presenza dei cicli
termici di pendio poichè facilitano il decollo ed aumentano le possibilità di
veleggiare senza perdere troppa quota. È importantissimo tuttavia saperli
distinguere con certezza da momentanei rinforzi dovuti alla presenza di rotori
di sottovento che risalgono il pendio: in queste condizioni il decollo è
assolutamente proscritto!
La prima indicazione per distinguere le due condizioni ci viene dalla verifica
del vento prevalente; i rotori di sottovento si generano solo con venti
prevalenti che investono la montagna da dietro, rispetto al punto di decollo.
Inoltre, tra un ciclo termico e l'altro, ci sono, è vero, momenti di relativa
calma ma non compaiono mai fenomeni di discendenza che sono invece
costantemente presenti tra un rotore e l'altro. La raffica dovuta al ciclo
termico è moderata e senza eccessive variazioni di intensità e direzione,
mentre, nel caso di un rotore, la manica risulta tesa (vento più forte)
ed estremamente incostante (Fig. 5-18).
In ogni caso, se (in tutta coscienza) avete dei dubbi nel distinguere le due
condizioni significa che non avete ancora accumulato abbastanza esperienza per
volare in maniera autonoma e dovete quindi interpellare qualche pilota esperto.
Se il dubbio permane e non vi sono piloti esperti disponibili chiudete
l'aquilone e tornate a casa: è vero che forse state perdendo un buon volo,
ma con maggiori probabilità vi state salvando da una brutta avventura.
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La
presenza di alberi (o di altri ostacoli) a valle del decollo limita il
terreno utile per la corsa, soprattutto per i fenomeni di turbolenza che si
generano in presenza di vento (Fig. 5-20); lo stesso negativo effetto hanno le
strade ed i tornanti nei confronti dei pendii sovrastanti.
È un
decollo riservato a piloti di una certa esperienza. L'assistenza ai cavi è
importante anche con poco vento (sia pur limitata ai soli cavi anteriori). Ricordiamo
che in pedana non c'è effetto suolo, è dunque necessario correre di più
e meglio; la principale difficoltà del decollo da pedana riguarda il controllo
dell'incidenza, che deve essere preciso e senza esitazioni.
È
estremamente difficoltoso (oseremmo dire "fortunoso") e per questo
motivo assolutamente sconsigliato (non solo ai principianti).
Il pericolo, in presenza di vento, è dato dai vortici che si formano pochi
metri dietro il ciglio (Fig. 5-19) e dal fatto che la vela viene esposta al vento
improvvisamente.
La totale assenza di vento non semplifica la vita ma, se possibile, la complica
perchè costringerebbe a partire lentissimi (abbondantemente al di sotto della
velocità di stallo) e contare totalmente sulla autostabilità dell'apparecchio,
sperando che non si verifichino virate anche piccole (che ci spingerebbero
contro le rocce): l'esperienza, infatti, ha insegnato che è pericolosissimo
pretendere di correre in piano "buttandosi poi giù": l'aria che
proviene dal dirupo sembra fatta apposta per modificare bruscamente l'incidenza
del mezzo con effetti solitamente disastrosi.
Morale: lontani dai decolli a strapiombo !
Abituiamoci
ad un controllo sistematico dell'apparecchio e dell'attrezzatura prima
di ogni volo: l'abitudine di eseguire i controlli in un certo ordine
(check-list) anche se può sembrare eccessivamente "pignola" aiuta a
non tralasciare alcunché, in momenti molto aggredibili dalla distrazione
(emozione, impazienza, tensione).
Abituiamoci quindi a controllare (in questo o in un altro ordine prestabilito):
Durante
il montaggio si terranno, ovviamente, gli occhi bene aperti per individuare
eventuali anomalie; terminato il montaggio e prima di agganciarsi, è stata
suggerita la seguente check-list, le cui iniziali formano la parola STACCA.
Dopo di
che trasportiamo l'apparecchio al decollo, ci mettiamo il casco, ci
agganciamo al delta, diamo un'ultima verifica al paracadute e attendiamo il
momento buono per staccare, tenendo presente un'ultima importante check-list (VOLA).
Specie ai primi voli è normale e
giusto avere un poco di paura prima di un decollo: un po' di timore ci stimolerà
a compiere ripetute verifiche e a mantenere una elevata concentrazione.
L'esperienza insegna che bisogna piuttosto temere la eccessiva confidenza.
Non facciamoci mai prendere dalla smania di partire: scegliamo il nostro
momento con calma e chiediamo sempre una verifica di massima ed una
benevola occhiata a qualche pilota esperto presente. La sensazione che si possa
perdere il "momento buono", specie all'inizio, è falsa e
pericolosa: il momento buono è quando siamo pronti noi e solo allora.
D'altro lato, il notevole affollamento di alcune zone di volo dotate di decolli
esigui (Montecarlo, Laveno), impongono nuove forme di cortesia fra piloti: se
non abbiamo ancora deciso quando voleremo, dobbiamo evitare di montare
l'aquilone in "pool-position", bloccando tutti gli altri.
Soprattutto per i primi voli è dunque importante scegliere decolli ampi,
nei quali nessuno, anche se benevolmente, ci "cava il fiato" per
poter decollare a sua volta.
Similmente a quanto fatto al campo scuola inizieremo una corsa progressiva in
accelerazione, ricordando che è meglio correre due passi in più che uno in
meno.
Come
abbiamo appreso dall'aerodinamica, il controllo dell'incidenza è cruciale nel
determinare le velocità di volo (sia verticale che orizzontale) e,
conseguentemente, anche l'efficienza.
Durante il volo l'incidenza viene modificata dagli spostamenti
antero-posteriori del peso del pilota:
Trim
Un aquilone ben equilibrato, quando lasciato libero di volare in aria calma
senza che vengano esercitate forze sulla barra di controllo, vola ad una
velocità determinata dalle sue caratteristiche strutturali e di regolazione:
tale velocità, che varia da apparecchio ad apparecchio è detta velocità di trim
(o di regolazione).
Minima caduta
Rallentando, cioè spingendo progressivamente sulla barra, si giunge alla
velocità di minima caduta: in aria calma e a parità di quota questa velocità è
quella che ci permette di stare in aria più a lungo. Attenzione però...
Stallo
Rallentando ulteriormente si scende al di sotto della velocità di stallo e
l'apparecchio, come sappiamo dall'aerodinamica, non vola più.
Massima efficienza
Se invece, partendo sempre dalla velocità di trim, acceleriamo, tirando
progressivamente sulla barra, raggiungiamo la velocità di massima efficienza: è
questa la velocità alla quale diviene ottimale il rapporto tra caduta ed
avanzamento, in aria calma, è la velocità che ci permette di andare più
lontano.
Velocità massima (in sicurezza)
Tirando ancora, la barra arriva a toccare il nostro corpo ed è impossibile
accelerare ulteriormente: questa è la velocità massima raggiungibile in
sicurezza (gli stessi apparecchi non sono progettati per velocità
superiori).
È teoricamente possibile saltare davanti alla sbarra attaccandosi ai cavi
anteriori e precipitare con l'aquilone quasi in verticale, ma gli aumenti di
velocità che si osservano sono solo incrementi della velocità verticale ed
allora tanto vale saltare senza aquilone (si raggiungono pur sempre 230 Km/h!).
Il
principale errore che può essere commesso nel controllo dell'incidenza è il superamento
dell'angolo critico, o angolo di stallo, con conseguente perdita di portanza
del deltaplano: è questo lo stallo. Gli apparecchi attuali, tuttavia,
mostrano almeno tre tipi di comportamento a seconda che l'angolo critico venga
raggiunto lentamente e progressivamente, oppure bruscamente ed in velocità.
Se, in
volo rettilineo, spingiamo progressivamente sulla barra fino ad
avvicinarci all'angolo di stallo, l'apparecchio rallenta sempre più, diventando
scarsamente manovrabile: in questa condizione, definibile come
"prestallo" il deltaplano "spancia", è estremamente inerte,
e non risponde alle manovre di rollio. È la condizione che si verifica, in
atterraggio, quando ritardiamo troppo lo stallo finale.
Manovra di correzione: disponendo di un minimo di quota (almeno 20 mt),
il pieno controllo dell'apparecchio può essere facilmente ripreso, semplicemente
riducendo (anche di poco) l'angolo di incidenza. Una moderata perdita di
quota si traduce in velocità, e l'apparecchio torna a volare correttamente.
Parlando
di atterraggio abbiamo sottolineato che lo stallo finale è una manovra che
richiede un minimo di energia: tale considerazione vale anche per lo stallo in
volo. Se l'angolo di stallo viene superato dopo una lieve presa di velocità,
l'apparecchio segue una traiettoria curvilinea, puntando il naso verso il cielo
e "fermandosi" quando ha esaurito l'energia di cui disponeva.
Manovra di correzione: un deltaplano attuale riprende autonomamente
il volo, dopo uno stallo, grazie ai dispositivi di autostabilità di cui è
dotato. Dopo un attimo di apparente immobilità, il naso "cade" verso
il basso ed il deltaplano riprende la velocità e l'incidenza necessarie per volare.
Possiamo aiutarlo in questo: tirando leggermente la barra, ridurremo (di
poco) il tempo necessario per ristabilire un volo rettilineo. Si tenga conto
che il recupero di uno stallo completo richiede almeno 30-50 mt di quota.
Sappiamo
dall'aerodinamica che lo stallo dinamico si realizza quando l'angolo critico di
incidenza viene superato mentre si sta volando ad elevata velocità: con il
deltaplano (specie con quelli di 5a gen.) questo è possibile. Supponiamo di eseguire una picchiata ad 80
Km/h e di spingere, improvvisamente e con decisione, la barra in avanti.
Nell'attimo stesso in cui l'ala supera l'incidenza critica, essa stalla e
smette di volare; tuttavia rimane l'inerzia dovuta alla precedente velocità: ne
consegue una perdita di quota molto maggiore rispetto a quella persa
dopo uno stallo "normale".
Manovra di correzione: è molto difficile realizzare uno stallo dinamico
senza volerlo, poichè sono necessarie due circostanze (tutto sommato)
"volontarie", la elevata velocità iniziale e la cabrata molto brusca
ed eccessiva. In genere si tratta di manovre acrobatiche mal tentate e peggio
riuscite. In ogni caso una leggera trazione sulla barra renderà più
rapido il ritorno a condizioni di volo. La perdita di quota sarà però
notevole (50-80 mt).
Sappiamo dall'aerodinamica, che una virata non è
semplicemente ottenibile con un rollio, ma richiede anche un momento
cabrante che evita le scivolate d'ala. Nel volo col deltaplano questo si
realizza attraverso spostamenti coordinati del corpo sia lateralmente
che longitudinalmente.
Esaminiamo, spezzando schematicamente le varie fasi, i movimenti da compiere
commentandoli con alcuni cenni di ordine "pratico" (a questo punto,
infatti, le ragioni aerodinamiche dovrebbero essere già chiare e comprese).
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Si ricordi, infine, che un'apparecchio in virata, proprio
per la latenza di risposta già citata, tenderà a proseguire la sua traiettoria
circolare ancora per un breve periodo prima di ritornare in volo rettilineo:
volendo compiere una virata di 90 gradi, dunque, eseguiremo la manovra di
centraggio quando avremo compiuto circa 70 gradi (Fig. 5-22).
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Abbiamo
più volte sottolineato come sia importante disporre di una riserva di velocità
di volo per far compiere all'apparecchio le manovre desiderate.
Questo fatto, già rilevante per tutti i mezzi volanti, diviene, se possibile,
ancora più essenziale per noi deltaplanisti, data la guida a spostamento di
peso (tecnica da 10 a 100 volte più faticosa rispetto ai comandi aerodinamici
!)
Volare spostando il peso significa infatti combattere costantemente contro
la gravità (che ci vorrebbe sempre appesi sotto la verticale del punto di
aggancio) e, come se non bastasse, anche contro l'inerzia
dell'apparecchio, specialmente nell'esecuzione di manovre sull'asse laterale.
Mentre contro la forza di gravità c'è poco da fare (in realtà stiamo già
trionfando contro di essa, nel momento stesso in cui voliamo), per l'inerzia
molto può essere fatto, semplicemente ricordando di non rallentare
eccessivamente; a dire il vero la tentazione esiste, poichè lo sfruttamento
delle ascendenze prevede di volare spesso alla velocità di minima caduta, vale
a dire sempre un po' lenti. Volando lentamente, come non bastassero gli aumenti
di inerzia e di latenza di risposta, si percepisce maggiormente anche un altro
fenomeno (più accentuato sugli apparecchi molto allungati): l'imbardata
inversa (Fig. 5-23).
Lo spostamento laterale del peso determina, infatti, un maggior carico
sull'ala interna; questa, oltre ad abbassarsi, accelera leggermente per
qualche attimo: l'aquilone tende quindi ad imbardare nella direzione opposta
a quella voluta. È evidente che la differenza di velocità che si genera tra le
due ali (responsabile della imbardata inversa) farà sentire maggiormente i suoi
effetti quando l'apparecchio vola a basse velocità, essendo meno rilevante a
velocità via via maggiori.
Morale: specie agli inizi, teniamo sempre una velocità superiore a
quella di minima caduta, per poter avere più manovrabilità (meno inerzia) e
risposte più pronte (minor latenza di risposta).
Se è vero
che la virata coordinata si fonda su un momento cabrante "adeguato",
deve essere vero che una spinta esagerata od insufficiente sulla barra
determina conseguenze aerodinamiche non ottimali: la scivolata d'ala e la
vite già incontrate in aerodinamica. È doveroso premettere che gli attuali
deltaplani possono riprendersi autonomamente dalla scivolata d'ala (se
esiste una quota sufficiente) e che non vanno molto facilmente in vite;
è tuttavia indispensabile conoscere esattamente le cause di questi fenomeni e,
soprattutto, le manovre necessarie per risolverli.
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Abbiamo
visto che il momento cabrante ha lo scopo di riequilibrare le forze in virata e
che, in sua assenza l'aquilone scivola d'ala (verso l'interno ed in basso)
(Fig. 5-24). Questa scivolata sarà inizialmente debole e diverrà via via più
forte se manteniamo il peso spostato senza cabrare. I piloti esperti a volte
usano le scivolate controllate per perdere quota in fase di avvicinamento
all'atterraggio; inutile sottolineare che questa tecnica non è molto sicura,
specie vicino al suolo.
Manovre di correzione: se ci accorgiamo subito di scivolare sarà
sufficiente spingere sulla barra per ottenere l'effetto cabrante; se
invece la scivolata è diventata sostenuta (mostravento sul cavo anteriore posto
a 45 gradi o più rispetto alla direzione della chiglia) si dovrà dapprima
ristabilire la velocità orizzontale (quella di avanzamento) che inevitabilmente
cala scivolando: si eserciterà dunque una trazione sulla barra e immediatamente
dopo si sposterà (anche energicamente) il peso verso l'esterno per centrare
l'aquilone, riprendendone il controllo.
Gli aquiloni attuali tendono a riprendere autonomamente la velocità di volo,
ponendosi con il naso in basso: questo, tuttavia, richiede almeno 50-60 mt
di quota e non si verifica se il pilota, caparbiamente, tiene il peso spostato
lateralmente senza cabrare.
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Un eccessivo cabraggio in virata
porta allo stallo dell'ala interna. Questo significa che quell'ala smette di
generare portanza e diviene un "peso morto"; tutta la portanza è
fornita dall'ala esterna che, di conseguenza, subisce un notevole aumento del
carico alare, questo la fa accelerare conducendo ad un avvitamento
apparentemente inarrestabile (Fig. 5-25). Manovra di correzione: la
reazione più istintiva sarebbe quella di spostare il proprio peso all'esterno
della vite, nel tentativo di ristabilire l'orizzontalità dell'aquilone.
Purtroppo però questa manovra non fa altro che caricare ulteriormente l'ala
esterna, imprimendole un'ulteriore accelerazione, con conseguente peggioramento
della vite!
La manovra da eseguire, invece, consiste nel tirare la barra, spostando
ulteriormente il peso all'interno: l'apparecchio reagirà a questa manovra
"abbassando il naso" all'interno della vite e riprendendo velocità su
entrambe le ali. Non appena si avverte che l'ala interna ha ripreso a volare
(cioè a sviluppare portanza) si potrà intervenire correggendo la direzione e,
successivamente, la velocità. Una vite in quota non rappresenta dunque un
pericolo (se abbiamo imparato ad uscirne), mentre lo è a bassa quota o vicino
al pendio.
Una volta
presa la decisione di atterrare, si lascia la zona di volo per portarsi
sull'atterraggio: naturalmente sapremo già quale circuito è in uso o, se
siamo gli unici in volo, quale circuito abbiamo deciso di adottare in
base alle condizioni del vento e dell'atterraggio (vedi Cap. 2).
Per quanto già detto a proposito di velocità e manovrabilità, il circuito di
avvicinamento verrà portato a termine volando sempre ad una velocità ben
superiore a quella di stallo, e prossima a quella di massima efficienza.
Anche se la manovra di atterraggio vero e proprio non è diversa da quella
appresa sul campo scuola, al termine di un volo alto esistono alcuni fattori
nuovi che, se ignorati, possono generare errori che è possibile (e
doveroso) evitare.
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In
campetto si vola sempre molto lentamente (solitamente non vi è quota
sufficiente per effettuare consistenti prese di velocità); per contro, specie
nei primi voli, la tendenza è quella di volare molto veloci (tanto che
si parla di "sindrome della picchiata"); di questo si deve tener
conto al momento del cambio delle mani: l'abbandono completo della barra, a
velocità sostenuta, determina infatti una rapida cabrata
dell'apparecchio che tende a tornare alla velocità di trim (Fig. 5-26); le mani
vanno dunque portate sui montanti una alla volta, mentre l'altra
mantiene la giusta incidenza di volo evitando il rallentamento non desiderato
(nè desiderabile).
Come
sappiamo, vicino al suolo il vento viene rallentato, nella sua corsa, dall'attrito
con il terreno, generando, per un'altezza di alcuni metri (anche 20 o 30) un
sensibile gradiente del vento. Il pilota che ignora questo fatto e che scorda
di "sentire la velocità con le orecchie" anzichè "con gli
occhi", avrà la impressione di accelerare notevolmente e potrà quindi
rallentare troppo causando un rovinoso stallo vicino a terra (Fig. 5-27).
Un secondo effetto il gradiente di vento lo esercita sulle due ultime virate
nell'avvicinamento a C: l'ala più alta riceverà infatti più vento causando una
tendenza a contrastare la virata (Fig. 5-28).
Mentre al campetto si vola sempre in effetto suolo, alla
fine di un volo alto questo può sorprendere, essendoci abituati al tasso di
caduta che l'aquilone ha tenuto per tutta la discesa. Ricordiamo che dovremo
lasciare smaltire parte della velocità prima dello stallo finale.
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Orizzontalità: quando si è vicini al terreno,
diviene rischioso perdere l'assetto orizzontale, dal momento che non disponiamo
più dell'altezza sufficiente per effettuare rilevanti correzioni. È pertanto
estremamente importante presentarsi in finale con una orizzontalità perfetta
(abbiamo già visto che lo stallo finale accentua le eventuali asimmetrie).
Ricordiamo, comunque, che le manovre di correzione di assetto, quando compiute
in effetto suolo, possono avere successo solo mantenendo la velocità e
spostando piuttosto energicamente il peso del corpo.
Mancato allineamento con il vento in atterraggio: l'importanza di
allinearsi contro vento dipende, in primo luogo, dalla intensità del vento
stesso. È infatti assurdo rischiare di perdere l'assetto di volo, tentando
virate "raso-suolo", per giungere perfettamente controvento quando la
manica indica una debolissima bava; molto meglio effettuare lo stallo finale
con una buona orizzontalità anche se "storto" rispetto al vento
stesso. Le osservazioni che seguono si riferiscono, quindi, ad un vento di
almeno 8-10 Km/h o superiore.
L'influenza
che il vento laterale esercita sull'apparecchio dipende non solo dalla velocità
del vento ma anche da quella del nostro deltaplano. Come è intuibile la sua
influenza sulla traiettoria sarà tanto maggiore quanto minore è la nostra
velocità, e diverrà notevole se voliamo in prestallo. Sappiamo che, durante lo
stallo finale, il gradiente del vento tenderà a sollevare maggiormente l'ala
esposta al vento stesso: potremo quindi tentare di correggere il finale
stallando con l'ala sopravvento lievemente più bassa.
Abbiamo
già detto che tale situazione va evitata perchè molto pericolosa,
tuttavia, se il vento dovesse girare quando è troppo tardi per invertire la
rotta ricordiamo che è necessario mantenere una buona velocità (il
terreno ci sembrerà velocissimo) e stallare in maniera decisa e lievemente
in anticipo. In questo modo ci si solleverà un poco ma si arresterà il moto
orizzontale rispetto al vento: ovviamente rimane quello dovuto al vento stesso.
In extremis si ricordi che un forte crash frontale per vento dietro (se non
abbiamo le ruote protettive) può essere più dannoso di uno in rotazione e
quindi, se il campo è sufficientemente largo e privo di ostacoli può
addirittura essere conveniente perdere l'assetto iniziando una leggera virata
controvento (ammesso che esista una quota minima).
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Figura 5-29. Top landing con vento frontale: è possibile solo
in alcune zone particolarmente favorevoli. |
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Figura 5-30. Top landing con vento alle spalle: è decisamente
più impegnativo. |
In zone
particolarmente favorevoli è possibile atterrare, anche con il deltaplano, in
prossimità della zona di decollo o comunque in una zona che consentirà un
ulteriore decollo, questo è detto top-landing.
Ne esistono sostanzialmente due tipi.
È
realizzabile quando la forma della montagna è particolarmente propizia e simile
alla parte superiore di un profilo alare (ad es. Monte Cucco, PG). In
questo caso la turbolenza è ridotta al minimo e l'atterraggio potrà essere
effettuato per tentativi (Fig. 5-29): la prima volta ci terremo un pò alti e
molto probabilmente non riusciremo ad atterrare, ma ci ritroveremo in volo
verso valle come dopo un normale decollo; nel passaggio successivo staremo un
pochino più bassi ed arretrati fino a trovare la giusta traiettoria. In questo
tipo di atterraggio è importantissimo (come in tutte le fasi del volo in
dinamica) non mettersi mai con il vento in coda ed evitare di presentarsi
troppo arretrati, il che potrebbe portarci nella zona di sottovento. Se il
vento è sostenuto ci vorrà inoltre qualcuno che faccia assistenza al pilota
appena atterrato per impedire che venga disturbato dal vento, una volta a
terra.
Il vento
deve essere debole e regolare, il pendio ampio e privo di gibbosità
(Fig. 5-30).
È decisamente più impegnativo del precedente ed è quindi assolutamente sconsigliato
a piloti meno che esperti (capita tuttavia abbastanza spesso che anche piloti esperti
rompano qualche montante o peggio). L'avvicinamento si farà con degli 8 e ci si
porrà perpendicolari al pendio a circa 30-40 mt di distanza. A questo
punto sappiamo che la velocità apparente sarà sostenuta (velocità di volo più
quella del vento), ma ci guarderemo bene dal rallentare (uno stallo in questo
approccio sarebbe letteralmente disastroso!). Anzi sarà opportuna una leggera
presa di velocità, necessaria per far raccordare l'aquilone al pendio (e
quindi per farlo risalire un poco). Raccorderemo poi l'aquilone con un
repentino rallentamento ed uno stallo molto deciso. La linea finale di arrivo
sarà perpendicolare alla linea orizzontale del pendio, idealmente in
prossimità di una sella.
Questo secondo tipo top landing dovrebbe essere considerato comunque un atterraggio
di emergenza (per soccorrere un pilota caduto, in previsione di una rapida
degenerazione temporalesca ecc...) visto che risulta estremamente influenzabile
da variazioni anche piccole della brezza che soffia sul pendio. Inoltre sarà assolutamente
evitato durante i voli con ascendenze dinamiche (quando cioè il vento sia
sostenuto).
Esauriti
gli atterraggi ortodossi consideriamone due che devono essere evitati per i
gravi rischi che comportano: le esperienze accumulate dimostrano che
l'esito, scarsamente influenzabile dal pilota, è spesso negativo. Sempre sulla
base delle esperienze citate, esponiamo alcune considerazioni che dovrebbero
anche chiarire perchè questi modi di "tornare a terra" non possono
essere considerati con tranquillità ma anzi sufficientemente temuti.
Gli
alberi frondosi e ravvicinati l'uno all'altro possono essere preferibili al
letto di un fiume cosparso di rocce o alle case corredate di fili elettrici.
Dovendo atterrare sugli alberi ne cercheremo un gruppo ampio e fitto, evitando
assolutamente gli alberi isolati per quanto grossi: il maggiore pericolo è
infatti quello di cadere giù, ed una fitta selva di rami, di più alberi uniti,
rende remota questa possibilità; i cavi dell'aquilone infatti tendono ad
impigliarsi nei rami arrestando la caduta.
Ricordando che sugli alberi non esiste effetto suolo, ci comporteremo
come in un normale atterraggio, stallando decisamente, dopo un minimo di
smaltimento di velocità, a pochi centimetri dalle cime.
Successivamente, per riguadagnare il terreno, c'è chi ha proficuamente
utilizzato il suo imbrago, legato (con le funi del paracadute d'emergenza) alla
barra di controllo che agiva da carrucola. È chiaro comunque che in queste
condizioni sono già stati commessi numerosi errori di manovra o di
valutazione (altrimenti ci troveremmo al centro di un ampio prato) ed il
coefficiente di sicurezza dell'atterraggio sugli alberi è proprio basso.
Gli atterraggi in acqua sono estremamente pericolosi,
a meno che sono siano stati previsti e che, oltre ad un pronto recupero con
barca a motore, il pilota sia stato fornito di opportuni presidi galleggianti.
Tradizionalmente il Delta Club Como effettua, in luglio, un volo con
atterraggio nel Lago (ovviamente, di Como): i piloti, che partono debitamente
attrezzati, sono prontamente recuperati e tratti all'asciutto da una squadra di
imbarcazioni leggere e veloci.
Capita invece che il pilota "finisca in acqua" per errore, avendo
previsto di atterrare sulla spiaggia. Questa evenienza, meno rara di quanto
possa sembrare, dipende dalla cattiva valutazione del gradiente del vento
che, sulle spiagge, ha un'effetto ancora maggiore e, comunque, più negativo,
rispetto agli atterraggi nei prati. Sulla spiaggia, infatti, il vento è in
genere laterale, provenendo dal mare; ecco quindi che, per volare sulla
verticale della spiaggia, dovremo tenere il naso più o meno rivolto verso il
mare (a contrastare la deriva dovuta al vento stesso). È evidente che, se il
vento cala (come accade avvicinandosi al suolo per il già citato gradiente),
quello stesso angolo che prima ci permetteva di avanzare "sopra" la
spiaggia, può risultare eccessivo, e farci finire in acqua.
Atterrare sulla spiaggia significa quindi correggere l'angolo di deriva, man
mano che il gradiente fa sentire i suoi effetti (Fig. 5-31).
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Che fare se (nonstante tutto) si finisce in
acqua Il deltaplano, per quanto leggero, resiste a galla per 3-4
minuti in acqua calma (tale tempo si riduce anche della metà se viene investito
dalle onde), e poi affonda trascinando il pilota che vi è rimasto legato sotto:
quindi sganciarsi immediatamente è vitale!
Se, una volta in volo, ci accorgiamo che è inevitabile (o anche solo possibile)
un atterraggio in acqua ripassiamo mentalmente i punti chiave per la
sopravvivenza.
Se l'acqua è relativamente
profonda l'aquilone dovrà essere trattenuto in superficie (assicurandolo
con una fune ad una barca): ci si potrà così occupare con tutta calma del
pilota e, in seguito, recuperarlo.
Detto tutto questo è pleonastico aggiungere che, manifestazioni folcloristiche
a parte, bisogna assolutamente evitare gli atterraggi in acqua, da
considerare momenti ad altissimo rischio.
La
fisiologia, che studia il comportamento 'normale' degli esseri viventi ed il
funzionamento dei diversi organi, è in grado di spiegarci quali sono i
principali limiti fisici di cui è necessario tenere conto in vista delle
condizioni che possono presentarsi in volo. Conosciendola diventerà più chiaro
perchè, ad esempio, il pilota di Volo Libero deve limitarsi al volo "a
vista" evitando quello "cieco", indipendentemente (ma in accordo)
con le disposizioni di Legge.
Come
tutti sanno, l'organismo umano consuma (tra l'altro) ossigeno (O2)
e produce anidride carbonica (CO2). Gli organi deputati
all'assunzione del primo ed alla eliminazione della seconda sono i polmoni, o
meglio gli alveoli polmonari.
Perchè questo scambio possa avvenire è necessario che l'aria inspirata contenga
una sufficiente concentrazione (pressione parziale) di ossigeno ed una bassa di
anidride carbonica.
Mentre sono poche le condizioni connesse al volo in cui vi è troppa anidride
carbonica nell'ambiente, la concentrazione di O2 cala con
l'altezza e potremo quindi prevedere difficoltà alle alte quote (ecco che,
quasi inaspettatamente, spunta fuori un altro gradiente: quello
dell'ossigeno!).
Si stima che, per volare in sicurezza, non si debbano superare i 3800 mt di
quota senza bombole. Tuttavia in persone non abituate o con limitazioni anche
lievi della funzionalità respiratoria (quale si osserva ad es. nei forti
fumatori) i primi sintomi di carenza di ossigeno (ipossia) sono avvertibili
anche a quote minori.
L'organo
più sensibile alla carenza di ossigeno è il cervello e dunque i primi sintomi
dell'ipossia sono tipicamente psichici:
Prolungandosi
o peggiorando la condizione di ipossia si può giungere fino alla perdita di
coscienza (svenimento) con spasmi muscolari e... morte (l'ossigeno non è un
optional).
Come si vede gran parte del pericolo deriva dal fatto che i primi sintomi
riducono proprio la capacità di giudizio e di valutazione.
D'altro canto si possono avere problemi simili anche in caso di IPERVENTILAZIONE
(respirazione accelerata come si realizza in condizioni di forte ansia o
stress): in questo caso infatti l'anidride carbonica viene allontanata
dall'organismo in maniera troppo brusca e completa, e (dal momento che la CO2
è un acido) l'intero organismo si trova squilibrato in senso basico (alcalosi
respiratoria). Correggere questa situazione è relativamente semplice: si tenta
di normalizzare la respirazione sforzandosi di compiere inspirazioni profonde e
lente, trattenendo il fiato per un attimo ed espirando in modo ugualmente
prolungato e regolare.
L'aria
che ci circonda tuttavia non è composta solo di O2 e CO2,
ma contiene anche altri gas, più o meno inerti, che si disciolgono passivamente
nel sangue: il principale è l'azoto.
La capacità del sangue di contenere azoto varia con la pressione: questo vuol
dire che, se alla pressione atmosferica standard è possibile discioglierne una
certa quantità, sottoponendo l'intero organismo ad una pressione superiore
(escursioni subacquee) il sangue riesce ad accettarne di più; per contro,
sottoponendo l'organismo ad una pressione inferiore (alta quota), questo ne
accetta di meno.
Come avrete già compreso il problema dunque si pone di fronte a bruschi
cambiamenti pressori in diminuzione, quando cioè il sangue riduce rapidamente
la sua capacità di mantenere disciolto l'azoto.
Consideriamo il caso di un Sub: ad una profondità di 20 mt il suo sangue riesce
a contenere una quantità di azoto notevolmente superiore (e poichè nelle
bombole c'è azoto questo entra nel sangue); se la risalita è troppo rapida
l'organismo non ha il tempo di eliminare l'azoto in eccesso con la respirazione
e, al tempo stesso, il sangue non è più in grado di tenerlo disciolto. Il
risultato è che si formano in circolo bolle di azoto gassoso (embolia) che
raggiungono il cuore e ne bloccano la funzione di pompa (morte per embolia).
Nel volo libero le differenze pressorie sono molto più lievi (per avere qualche
problema sarebbe necessaria una rapidissima ascesa a circa 7000 mt di quota...)
ma la questione può divenire reale per chi pratica entrambi gli sport (sub e
delta): si dovranno lasciare trascorrere almeno 24 ore tra l'ultima immersione
ed il volo in (alta) quota.
Con
questi termini si idicano le capacità di percepire la posizione e lo stato del
proprio corpo rispetto al mondo circostante (orientamento) e di percepire
correttamente i movimenti del proprio corpo (cenestesi).
Ogni organismo sano è in grado (ed ha la necessità) di percepirsi nell'ambito
dello spazio che lo circonda in entrambe i sensi.
Per fare ciò non usa soltanto la vista, ma anche una serie di organelli in
grado di dire, persino ad occhi chiusi, se ci troviamo orizzontali o verticali,
in moto stazionario (e quindi anche fermi) oppure in accelerazione.
Tali organelli (sacculo, utricolo, canali semicircolari), siti in profondità
nell'orecchio, contengono fluidi o cristalli che vengono spostati dai movimenti
e vanno ad urtare particolari strutture segnalando immediatamente il movimento
stesso.
Per questo motivo risultano particolarmente efficienti nel segnalare movimenti
bruschi, e molto meno nel rilevare spostamenti continui e graduali.
In ascensore, ad esempio, il nostro corpo percepirà molto bene la partenza o
l'arresto, ma durante il tragitto non sarà in grado di dirci se stiamo salendo
oppure scendendo.
Un secondo aspetto che limita le possibilità di queste strutture è la loro
capacità di abituarsi alle sollecitazioni: sarà capitato a tutti, da bambini,
di girare a lungo con gli occhi chiusi per poi riaprirli e scoprire di non
riuscire più a stare in piedi: durante la rotazione gli organelli si sono
'abituati' ad essa e reagiscono alla interruzione inviando segnali sbagliati
(l'intero mondo sembra in rotazione). Anche i recettori muscolo-tendinei
(disseminati in tutto il corpo) giocano un ruolo nella cenestesi: sono infatti
loro che ci informano sulla posizione dei nostri arti relativamente al tronco;
se, ad occhi chiusi, siamo sdraiati in posizione prona non abbiamo la stessa
sensazione che avremmo tendendo il capo ripiegato in avanti di 90<198>;
anche se a livello degli organuli siti nell'orecchio le due situazioni sono
identiche, i recettori muscolo tendinei avvisano il nostro cervello della
direzione della forza di gravità e gli dicono che il collo è ripiegato in
avanti.
Abbiamo
parlato di orientamento e cenestesi perchè esistono due importanti implicazioni
connesse al Volo Libero:
L'esperienza
tuttavia ci insegna che la sensibilità a questi disturbi varia molto da individuo
ad individuo e, nella stessa persona, varia da giornata a giornata: tra i
fattori che aggravano la situazione giocano sicuramente un ruolo lo stato di
ansia e di scarsa familiarità che ci colgono quando finalmente riusciamo a
'star su' le prime volte; d'altro canto sono importantissime, come vedremo più
oltre, le condizioni fisiche nelle quali si vola (cibi pesanti, alcoolici,
malesseri preesistenti) per cui non ci si raccomanderà mai abbastanza di VOLARE
SOLAMENTE QUANDO SI È IN PERFETTA FORMA.
Escludendo
evidentemente gli stati di malattia, la nostra efficienza fisica può venire
ridotta, anche sensibilmente, dalla fatica. È possibile distinguere tra fatica
cronica e fatica acuta.
La prima è definibile come uno stato che copre l'arco di più giornate e
derivante da stress, da lavori estremamente faticosi non compensati da
sufficiente riposo, da recenti episodi influenzali ecc..
La fatica acuta invece è dovuta ad affaticamento muscolare (consumo delle
riserve energetiche e accumulo di acido lattico) intenso e recente.
Un tipo particolare di fatica acuta, in cui prevalgono le componenti
psicologiche è la cosiddetta fatica operazionale: è il risultato di uno stato
di tensione prolungato (paura, forti emozioni, esagerata competitività, ipossia
da ansia) che comporta gli stessi problemi qualitativi.
Il motivo per cui la fatica è pericolosa deriva dal fatto che l'organismo
affaticato perde tempismo e coordinazione, entrambi molto importanti nel Volo
Libero. Avremo la sensazione di compiere i movimenti in modo corretto mentre
invece esisterà uno sfasamento tra le varie operazioni con risultati che
possono essere disastrosi. Inoltre la fatica comporta una rottura del campo
visivo per cui il pilota dedicherà maggiore attenzione al centro del campo a
discapito della periferia: specie quando si vola con altri è invece importante
poter contare su una sensazione visiva 'a tutto tondo', per prevenire eventuali
avvicinamenti involontari e relative condizioni di pericolo.
La temperatura
diminuisce con la quota, ciò significa che nelle giornate di primavera a
2500-3000 mt non è raro trovare temperature vicine o sotto allo zero (quota
dello zero termico).
Inoltre, benché muscolarmente attivi, si è completamente esposti al vento;
mentre non si sono mai avuti problemi dovuti ad un'eccessiva copertura (un po'
di sudore) il contrario ha già causato a più di un pilota principi di
congelamento o malattie da raffreddamento. Dunque copritevi bene prima
di un volo che lascia intravedere speranze di guadagno di quota.
Attività
fisica, sudorazione ed esposizione al vento contribuiscono ad impoverire
l'organismo (specie se poco abituato) di acqua, conducendo a forme più o meno
gravi di disidratazione. Alcuni piloti si portano in volo una borraccia da
ciclisti (che dovrebbe essere attentamente assicurata con un cordino di
sicurezza) ma, a meno di voli record, non è certo indispensabile giungere a
ciò. Sarà sufficiente bere adeguatamente prima del volo e ricordare che la disidratazione
può condurre ad affaticamento, aumentare o scatenare la nausea, indurre
formicolii o parestesie agli arti.
Se le
prime planate mettono a dura prova soprattutto le capacità psicologiche del
neopilota, con il progredire delle capacità e la realizzazione dei primi voli
'lunghi' ci si accorgerà che il Volo Libero è uno sport più faticoso di quanto
si possa supporre anche per le sforzo muscolare implicato (specie per il
pilotaggio del deltaplano).
Similmente a quanto fanno gli sciatori con la presciistica,vale la pena di
tenersi in allenamento anche nei periodi 'morti' per il volo con esercizi che
privilegino la resistenza piuttosto che la potenza (sforzi aerobici più che
anaerobici): ottimo il fondo per 'fare fiato', o meglio ancora il nuoto, che ha
il vantaggio di sfruttare gli stessi gruppi muscolari del volo libero.
Se ci si limita alla corsa si dovrà effettuare qualche esercizio specifico per
le braccia e per le spalle (con particolare attenzione all'allenamento dei
muscoli dorsali interscapolari): le classiche 'flessioni' a terra con il busto
teso ed i piedi su uno scalino, ed il sollevamento di pesi con gli avanbracci
dovrebbero rimanere il cardine dell'allenamento.
Planare
in sicurezza è il punto di arrivo di un allievo che conclude il corso base di
volo, ma è soltanto il punto di partenza per chi intraprende questo sport con
il desiderio di giocare per ore nelle correnti e di compiere voli di distanza,
in altre parole di veleggiare a piacimento.
Già intuiamo che, per poterlo fare, è indispensabile "rubare energia"
all'aria che ci circonda, sfruttandola al meglio per i nostri fini.
Diciamo subito che veleggiare è un arte: molti possono riuscire a prolungare il
loro volo in giornate particolarmente favorevoli, ma pochi arrivano a sfruttare
ogni minima ascendenza, stando sù quanto tutti gli altri sono costretti ad
atterrare. Nello sviluppo di tali capacità l'esperienza e l'istinto giocano
sicuramente un ruolo importante, ma una conoscenza più approfondita delle
correnti ascendenti e del modo di sfruttarle rappresenta un "sine qua
non" per potersi incamminare (ma vorremmo dire "involare") in
questa direzione evitando, nel contempo, pericolosi errori che (essendo ormai
ben noti), è assolutamente inutile ripetere.
Saper
"indovinare" la posizione e le caratteristiche di una termica è,
indubbiamente, il primo requisito per sfruttarne l'energia. Vale quindi la pena
di approfondire alcuni aspetti utili in tal senso, per esaminare poi le diverse
tecniche sfruttamento.
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Parlando
di adiabatiche abbiamo sempre fatto riferimento a "bolle" d'aria e,
in alcuni casi, questo coincide con la realtà (bolle di 30-50 metri di
diametro). In altri casi, invece, la termica è un vero e proprio "camino
ascendente", largo parecchie centinaia di metri ed alimentato da uno
strato limite termico sottostante.
Delle bolle abbiamo già parlato, e dedichiamo quindi la nostra attenzione alle
termiche più ampie e continue nelle quali l'ascendenza è massima verso il
centro detto nocciolo (o core), e minore man mano che si avvicina
alla "periferia".
L'irregolarità si accentua nelle termiche più grandi e non è raro che esistano
due o più noccioli distanti anche decine di metri.
Poichè l'aria che sale deve essere, comunque, rimpiazzata da altra aria, le
termiche sono circondate da correnti discendenti; si crea quindi una
zona dove il movimento (salita-discesa) si inverte in poco spazio, generando, a
volte, una turbolenza anche notevole.
La figura 8-1 mostra i valori medi di ascendenza rilevati in una termica
primaverile: si noti la zona centrale, dotata di maggiore ascendenza, e se ne
osservi la forma irregolare. È da queste irregolarità che nascono le differenze
connesse al "centraggio" della termica.
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Tra
questi due estremi (singola bolla od ampia colonna) esiste una infinita varietà
di forme, che dipende dalla stabilità dell'aria, dall'insolazione, dalle
caratteristiche del terreno e dalla presenza di vento. Per fortuna esistono
alcune "regoli generali", relativamente semplici, che possono dare un
aiuto nell'indovinare la forma della termica che ci si para davanti e
permetterci, dunque, di sfruttarne l'energia.
A parità
di ogni altra condizione (vento, equilibrio termico, ecc.) le termiche variano
la loro forma nell'arco della giornata in modo prevedibile:
È
importante quindi ricordare che, specie per gli allievi ed i principianti,
nelle giornate di buona instabilità inferno e paradiso si alternano ogni
giorno.
Per questo i primi voli alti vengono fatti alla sera, (o alla mattina molto
presto) quando l'aria è calma; le "botte" presenti nelle ore di
massima insolazione sono gradite al pilota esperto che ne riconosce la
sfruttabilità, ma possono essere terrificanti per l'inesperto che si
sente sballottato a destra e a manca senza riuscire ad imporre la sua volontà
all'apparecchio.
Man mano che l'abilità del pilota cresce egli potrà via via anticipare il
momento del decollo affrontando condizioni sempre più robuste (restando sempre,
ovviamente, nell'ambito delle condizioni "volabili").
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Anche la
condizione di equilibrio dell'aria gioca un forte ruolo nel determinare la
forma delle termiche; a parità delle altre condizioni (Fig. 8-3):
Abbiamo
già accennato al ruolo chiave del vento nel determinare il distacco dello
strato limite termico, e nel generare quindi le ampie colonne termiche.
Nelle giornate senza vento, quando l'insolazione è sufficiente a creare forti
differenze di temperatura negli strati di aria a contatto con il terreno, si
staccano ugualmente delle bolle che, però, non si organizzano. Come in caso di
stabilità (le due condizioni spesso concomitano) anche la bonaccia dà luogo a
bolle, anche forti, ma poco sfruttabili.
Quanto vento?
Se la bonaccia è deleteria non si deve però pensare che "tanto più vento
c'è, tanto migliori saranno le termiche", anzi.
L'ideale è un vento debole (intorno ai 10 km/h) che aiuti il distacco dello
strato limite termico senza tuttavia "stravolgere" la forma della
termica.
In queste situazioni il cumulo si forma sopra la cima della montagna e la
termica è costituita spesso da più "camini" che si riuniscono dopo
essersi staccati dal pendio.
Un vento più sostenuto (20-25 km/h) determina uno "scarrocciamento"
della termica, che sale quindi con un asse obliquo, inclinato nella direzione
del vento. Una termica scarrocciata è più difficile da centrare e da sfruttare,
ma è ancora una buona fonte di veleggiamento.
Un vento ancora superiore (30-40 km/h), oltre a porre problematiche di
sicurezza ai velivoli lenti, è controproducente alla formazione di termiche per
due ragioni: in primo luogo un tale vento raffredda il terreno, minando alla
base (è il caso di dirlo) la produzione di termiche; in secondo luogo le poche
termiche che si formano vengono deviate, spezzate e, infine, eliminate dallo
stesso vento. Un segnale di tale fenomeno è dato dalla presenza di piccoli
cumuli sfilacciati, in continua formazione e disfacimento, che prendono il nome
di fractocumuli.
Immaginiamo ora di essere in volo, 500 metri più in basso
rispetto alla base di un bel cumulo, piccolo candido ed amichevole. Non abbiamo
ancora voglia di atterrare e ci piacerebbe molto "agganciare" la termica
che sale fino a quel cumulo.
Dove cercarla?
Con vento molto debole avremo ottime probabilità di trovarla quasi sotto la
verticale della nube, leggermente spostata nella direzione del sole.
Con vento più sostenuto, invece, dovremo tenere conto dello scarrocciamento,
tanto più ampio quanto maggiore è la forza del vento.
Una regola aurea insegna che l'ascendenza si trova (generalmente) lungo la
bisettrice dell'angolo formato dai tre elementi in gioco: sole, nuvola e vento.
In alcuni casi, tuttavia, le termiche compiono veri e propri
"gomiti", e può capitare che, dopo alcuni soddisfacenti giri non si
salga più, anche se il cumulo è parecchio più in alto di noi (Fig. 8-5): in
questi casi è spesso sufficiente spostarsi nella direzione del vento, per ritrovare
l'ascendenza.
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Figura 8-4. Un vento moderato favorisce il distacco delle
termiche, uno troppo sostenuto le distrugge. |
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Figura
8-5. La zona di
ascendenza deve essere ricercata sulla bisettrice dell'angolo che il cumulo
forma con il sole e con la direzione del vento. A volte le termiche formano
veri e propri gomiti, e |
L'atmosfera
che circonda la terra è un'enorme massa di gas, sempre in movimento, dai
capricci della quale dipendono cose importanti come inondazioni o siccità, ma
anche cose più "banali" come un'altra domenica di pioggia oppure uno
stupendo giorno di volo.
La meteorologia osserva e studia queste masse gassose con lo scopo di comprenderne
i meccanismi e di prevederne le evoluzioni.
Più precisamente è possibile distinguere quattro "discipline",
fortemente connesse, che si occupano di argomenti differenti.
La meteorologia vera e propria, che studia i movimenti delle grandi
masse, è quella più nota: effettua previsioni a livello mondiale o
continentale, può dirci molto sull'evoluzione generale del tempo, ma poco o
nulla su ciò che accade in singole località.
Più interessante, per noi, è l'aerologia, che si occupa di masse d'aria
più piccole (fino a qualche chilometro) e ne studia il comportamento in
condizioni particolari (interazioni tra vento e rilievi, formazione dei singoli
cumuli, eccetera).
Scendendo ancora incontriamo la microclimatologia, che studia gli strati
più bassi dell'aria (fino a qualche decina di metri dal suolo): come vedremo è
la microclimatologia che ci spiega come e perchè si formano e si distaccano le
termiche, come mai esistono le brezze di valle e di mare, e così via.
Infine, cambiando registro, esiste la climatologia, che si riferisce
invece a regioni o nazioni specifiche delle quali studia le particolarità
tipiche delle zone considerate. È molto importante anticipare che, per il
vololiberista, esistono (almeno) due differenti ragioni per studiare la
meteorologia globalmente intesa: sicurezza e praticità.
La prima
è connessa con la sicurezza del volo e con la sopravvivenza stessa del
pilota. Come abbiamo già visto, infatti, le ali da Volo Libero hanno
raggiunto un grado di sicurezza strutturale più che soddisfacente per l'impiego
cui sono destinate. Non possono, però, essere considerate "sicure in
assoluto" (nemmeno un Boeing in un forte temporale lo è). Consentono
invece di volare in un ambito preciso e definito di condizioni meteorologiche e
aereologiche, che bisogna pertanto conoscere bene.
Anticipiamo subito quali condizioni non sono compatibili con il Volo
Libero:
La
seconda ragione per studiare la meteorologia, invece, è connessa con aspetti
di praticità: è un peccato preparare un bel volo e recarsi al decollo per
poi accorgersi che le possibilità sono scarse o inesistenti. Si tratta dunque
della capacità di prevedere il tempo: da questo punto di vista la
meteorologia può dirci molto, ma non tutto; in particolari momenti il nostro
ambiente è ancora imprevedibile, ed in larga misura imprevisto; tuttavia,
armati delle poche nozioni esposte qui di seguito, leggendo spesso le cartine
bariche ed osservando l'evoluzione delle giornate, chiunque può conoscere
meglio le condizioni meteo della sua zona e ridurre notevolmente il numero di
"errori" di valutazione (in altre parole ci si può costruire una
certa reputazione agli occhi del vicino di casa medio).
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Come già
facemmo per l'aerodinamica, anche per lo studio della meteorologia dobbiamo
acquisire una serie di definizioni e di termini prima di poter entrare nel
"vivo" della materia.
L'abbiamo conosciuta in aerodinamica e diremo solo che
quella atmosferica ha un valore medio di 760 mm di Mercurio (mm/Hg),
quando misurata sul livello del mare. Nel 1914 si introdusse il millibar (mb):
i 760 mm Hg corrispondono a 1013 mb (per passare dalla prima alla
seconda misura basta applicare un fattore di 4/3). Più recentemente ha fatto la
sua comparsa un'altra (e speriamo ultima) unità di misura, che ha valore
internazionale: il Pascal (Pa). Siccome si tratta di un'unità
"piccola", viene usato l'ectopascal (hPa) pari a 100 Pascal.
Per fortuna 1 ectopascal corrisponde ad 1 millibar, e le conversioni
sono dunque molto semplici.
Lo strumento che misura la pressione è il barometro, il cui
funzionamento è trattato nel capitolo che parla degli strumenti di volo
(l'altimetro è un barometro!).
La
temperatura esprime l'energia cinetica delle molecole di un corpo e si
manifesta con le sensazioni di caldo e di freddo note ad ognuno di noi.
Consideriamo un pezzo di ferro. Esso, contrariamente alle apparenze, è formato
da numerosissimi "pezzettini" in continua agitazione. La temperatura
misura proprio questa agitazione. Immaginiamo che i "pezzettini"
siano assolutamente immobili: la temperatura sarà un bello zero assoluto
(pari a circa -273 gradi centigradi); questa temperatura, per noi impossibile
anche da immaginare, è molto più diffusa di quanto si pensi: negli enormi spazi
interstellari fa, infatti, piuttosto freddo.
Noi terrestri, che riceviamo calore sia dal sole che dal centro della terra,
siamo abituati a temperature ben superiori e preferiamo utilizzare una scala
diversa da quella assoluta: la scala Celsius, che misura la temperatura
in gradi centigradi.
Arbitrariamente abbiamo stabilito che, la particolare temperatura alla quale
l'acqua gela vale 0 gradi centigradi (0° C), mentre quella alla quale la stessa
acqua entra in ebollizione vale 100° C.
Come già visto per la pressione, anche per la temperatura si può parlare allora
di valori negativi (inferiori a 0° C) o positivi (superiori a 0° C).
Anche se, dalla scoperta del fuoco, siamo diventati dei maestri nel trasferire
calore (scaldare corpi freddi, raffreddare corpi caldi), non tutti sanno con
precisione in quali modi differenti (ben 4) il calore può trasferirsi da una
zona all'altra o da un corpo all'altro.
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Radiazione o irraggiamento
Si tratta del trasferimento di calore per mezzo di raggi ondulatori, in particolare
ricordiamo che sono i raggi infrarossi quelli responsabili degli effetti
termici della luce solare. La terra viene riscaldata dal sole per
irraggiamento.
Conduzione
È il trasferimento di calore per contatto diretto tra corpo caldo e
corpo freddo. La carne nella padella si scalda per conduzione, ma anche l'aria
che giace, immobile, su una superficie più calda (campo arato) acquista calore
per conduzione.
Convezione
È il trasferimento di calore per mezzo di correnti verticali. In una
pentola d'acqua gli strati bassi si scaldano per conduzione (contatto con il
fondo della pentola); a questo punto iniziano a salire e scaldano, mischiandosi
ad essi, gli strati alti; questa è la convezione (è evidente che il trasporto
di calore per convezione può essere effettuato solo da fluidi, siano essi
liquidi o gassosi, ma non da solidi).
In una giornata con intensa attività termica, gli strati di aria al di sopra
dei 20-30 metri dal suolo si scaldano per convezione.
Avvezione
È concettualmente simile alla convezione, ma si verifica in orizzontale anzichè
in verticale.
Se nella convezione il trasporto del calore avviene perchè gli strati più caldi
tendono a salire, l'avvezione necessita di una forza laterale che sposti le
masse d'aria a diversa temperatura. Tale forza è il vento, che può quindi
trasferire calore da una parte all'altra della superficie terrestre.
Lo strumento che misura la temperatura è il termometro, che sfrutta la
proprietà che le sostanze hanno di dilatarsi con il calore e di contrarsi con
il freddo.
Lo studio
della fisica dei gas ha dimostrato che queste due grandezze sono strettamente
interdipendenti: comprimendo un gas questo si scalda, mentre
alleggerendo la pressione (dilatandolo) si raffredda. Pensiamo alla
pompa per biciclette, nella quale avvengono successive compressioni (ad ogni
pompata): l'aria si scalda e scalda la pompa (come sa chiunque abbia mai
gonfiato in questo modo una gomma).
Naturalmente vale anche il contrario: riscaldando un gas aumenta
la sua pressione e raffreddandolo questa diminuisce.
Questo semplice rapporto è fondamentale per la comprensione dei fenomeni
termici, in aerologia.
L'acqua,
come sappiamo, esiste in tre stati: solido (il ghiaccio), liquido (l'acqua
appunto) e gassoso (il vapore acqueo). Vale forse la pena di sottolineare che
il vapore acqueo è un gas trasparente e, per tale motivo, invisibile; le
nubi, dunque, non sono fatte di vapore acqueo: erano vapore acqueo, ma
sono diventate acqua o ghiaccio (sottoforma di minuscole goccioline sospese) e
sono quindi diventate visibili.
L'aria che ci circonda contiene sempre, sia pur in misura maggiore o minore,
del vapore acqueo; infatti, se il passaggio tra acqua e ghiaccio (congelamento)
avviene soltanto a temperature molto prossime allo zero, il passaggio tra acqua
e vapore acqueo (evaporazione) avviene a tutte le temperature (i panni
stesi si asciugano senza bollire!).
L'umidità dell'aria indica proprio la quantità di acqua, sotto forma di
vapore acqueo, che è contenuta nell'aria in un dato momento.
La capacità dell'aria di "contenere" vapore acqueo non è però
costante, ma varia con la temperatura (a dire il vero varia anche con la
pressione, ma per il momento possiamo ignorare questo fatto): l'aria calda
riesce a contenere più vapore acqueo di quella fredda. Cosa succede
comunque quando l'aria, ormai troppo "piena" di vapore acqueo (si
dice satura), non riesce a "contenerne" dell'altro? Succede che il
vapore acqueo di troppo condensa, tornando acqua.
Proprio per il fatto che l'aria è in grado di contenere quantità anche molto
diverse di vapore acqueo si utilizzano due parametri (anzichè uno solo) per
misurare l'umidità: si parla, infatti, di umidità assoluta e di umidità
relativa.
È
semplicemente la quantità totale di acqua (espressa in grammi) contenuta
in una unità di aria (ad es. un metrocubo); è una definizione facile da
comprendere ma, purtroppo, è meno utile di quella, più complessa, che segue.
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Per noi
più importante, ci dice quanta acqua è contenuta in una massa d'aria,
esprimendola come percentuale rispetto al massimo contenibile da
quella stessa aria alla stessa temperatura.
Come al solito serviamoci di un esempio: in una bottiglia piena di acqua per
metà e chiusa con un tappo, l'acqua tende ad evaporare (cioè a trasformarsi in
vapore acqueo ed a passare nell'aria sovrastante) e continua a farlo fino ad
aver esaurito le capacità dell'aria di contenere ulteriore vapore acqueo. Dopo
un po' di tempo, dunque, l'aria nella bottiglia diviene satura: la sua
umidità relativa è dunque del 100% (l'aria contiene tutto il vapore
acqueo che è in grado di contenere a quella temperatura).
Durante questo processo, tuttavia, c'è sicuramente stato un momento nel quale
l'aria conteneva esattamente la metà del vapore acqueo in grado di
saturarla.
A quel punto l'umidità relativa dell'aria nella bottiglia era del 50%
(l'aria conteneva cioè la metà del vapore acqueo che poteva contenere a quella
temperatura).
Bene, ora vediamo la cosa da un secondo punto di vista. Immaginiamo di avere,
nella solita bottiglia, soltanto aria con umidità relativa del 50% e che la
temperatura della bottiglia (e dell'aria) sia di 30 gradi. Dal momento che non
c'è altra acqua disponibile l'umidità relativa non varia, a patto che non si
cambi la temperatura.
Se invece abbassiamo la temperatura si abbasserà anche la capacità dell'aria di
contenere vapore acqueo: il vapore acqueo già presente costituisce ora una
percentuale maggiore rispetto a quella realmente contenibile; il risultato del
nostro abbassamento di temperatura è un aumento dell'umidità relativa (Fig.
4-3).
Continuando ad abbassare la temperatura si giunge ad un punto in cui la massima
quantità di vapore acqueo contenibile diventa uguale al vapore acqueo che già
c'è (e che rappresentava inizialmente soltanto il 50%). L'aria, a questo punto,
è satura o, se preferiamo, la sua umidità relativa è giunta al 100%, senza che
sia mai stato aggiunto vapore acqueo dall'esterno.
Per pura curiosità continuiamo ancora ad abbassare la temperatura: l'aria
"non ce la fa più" nemmeno a contenere il vapore acqueo già presente,
ed una parte di questo condensa, tornando acqua e diventando visibile (velo
opaco sul vetro, goccioline).
Da quanto detto dovrebbe essere chiaro che, data una massa d'aria contenente
una certa quantità di vapore acqueo, è sempre possibile trovare una
temperatura (per quanto bassa) alla quale una parte del vapore acqueo condensa.
Tale temperatura viene detta temperatura del punto di rugiada (o, più
semplicemente, punto di rugiada) ed è caratteristica di una particolare
massa d'aria (di cui siano note temperatura ed umidità relativa).
Focalizziamo
ora la nostra attenzione su due passaggi cruciali: la trasformazione dell'acqua
in vapore acqueo (evaporazione) e il suo contrario, cioè la trasformazione del
vapore acqueo ad acqua (condensazione).
Si tratta di passaggi che comportano sempre scambi di calore; più
precisamente: l'evaporazione sottrae calore all'ambiente, mentre la condensazione
lo restituisce. Un modo (davvero molto artigianale) per conoscere la
direzione del vento si fonda proprio su questo principio: si infila un dito in
bocca (per inumidirlo) e poi lo si alza sopra la testa. Il vento proviene dal
lato del dito che sente più freddo. Il metodo funziona proprio perchè il lato
esposto al vento subisce una evaporazione più intensa e, quindi, si raffredda
di più. Fin qui tutto bene, ma dov'è finito quel calore rubato al nostro dito?
Apparentemente è scomparso; esso verrà restituito nel preciso istante in
cui (chissà quando ed in quale parte del mondo) lo stesso vapore acqueo che ora
si è formato, condenserà. Fino a quel momento è una sorta di
"cambiale di calore" che il vapore acqueo deve al mondo.
Questo "calore che non c'è" viene detto calore latente di
condensazione, ed è proporzionale alla quantità assoluta di vapore acqueo
presente nell'aria.
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Per misurare l'umidità assoluta si fanno passare quantità note di aria in circuiti chiusi contenenti sostanze in grado di assorbire il vapore acqueo (igrometri). L'umidità relativa si misura invece con lo psicrometro igrometrico, un nome complicato per uno strumento molto semplice:si tratta di due normali termometri affiancati; uno dei due bulbi viene ricoperto con garza bagnata e l'acqua evaporerà in misura maggiore o minore a seconda della umidità relativa presente. Evaporando sottrarrà calore al bulbo e quindi ad uno dei due termometri: se i due termometri segnano identiche temperature significa che non c'è stata evaporazione e quindi l'aria circostante è già satura (umidità relativa 100%); in caso contrario la temperatura indicata dal termometro con il bulbo bagnato sarà tanto più bassA quanto minore è l'umidità relativa presente.
centro di massa di un sistema di 4 punti di massa diversa
Il baricentro (chiamato anche centro di massa o centro d'inerzia) di un insieme di punti materiali è definito come la media pesata della posizione dei punti, con peso pari alla sua massa di ciascun punto.
Per un sistema di n punti materiali di massa
,
caratterizzati dai vettori posizione
,
il vettore posizione del centro di massa è definito dalla formula

Dove la massa totale M è la somma delle masse dei punti:
.
Per una massa che è distribuita in modo continuo su un volume V
nello spazio con una densità
dipendente
dalla posizione, le sommatorie sono sostituite da integrali:
;
dove M è la massa totale, data da
.
In
,
le componenti del baricentro sono date da:
![]()
![]()
![]()
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II deltaplano è una specialità del volo libero
senza motore e prende il nome dalla forma a delta dell'attrezzo. La sua
nascita va ricollegata al "libratore" del tedesco Otto Lilienthal
(1881) ed agli studi dell'ingegnere italoamericano Francis Melwin Rogallo,
inventore negli anni '50 dell'ala flessibile biconica autostabile, detta
appunto "ala Rogallo". Questa fu dapprima finalizzata alla realizzazione
di un paracadute per l'atterraggio morbido di veicoli spaziali (Gemini e
Apollo). S'impose poi all'attenzione degli specialisti che sperimentavano il
volo a vela e si può considerare la progenitrice delle attuali vele delta.
Con l'aumento del numero degli appassionati si
costituiscono le prime associazioni e subito dopo la Federazione Italiana di
Volo Libero (FIVL) nel 1976. In breve dai primi esperimenti dei pionieri, il
volo si trasforma in disciplina sportiva e raggiunge una dimensione inattesa
ed un valore di riferimento unico per il nostro paese, grazie anche
all'inizio della pratica del volo in parapendio. Contemporaneamente la FIVL
si dota delle strutture idonee a fornire assistenza ed organizzazione ai club
ed alle scuole di deltaplano e parapendio che si diffondono rapidamente in
tutta Italia: interviene nel delicato compito della sicurezza, funge da ente
omologatore degli apparecchi, stabilisce i criteri di selezione degli
istruttori e formazione degli allievi ed altro ancora. Con la legge del 25
marzo 1985, n 106, concernente la disciplina del volo da diporto o sportivo,
il volo libero viene ufficialmente inquadrato dalle leggi italiane come
quinta specialità dell'Aereo Club d'Italia. Il deltaplano è uno sport individuale e viene
praticato generalmente sui rilievi montani e collinari, ma anche nelle grandi
pianure, sfruttando tecniche di decollo al traino di un delta motorizzato, di
un ultra leggero o di un verricello fisso. |


























