"Eppur si muove!"
Galileo
Galilei (Pisa, 15 febbraio
1564 - Firenze,
8 gennaio
1642) è stato uno dei più
grandi scienziati
italiani.
Il suo nome viene associato alle scoperte e alle relative
teorizzazioni che elaborò in campo astronomico :
le montagne della Luna; le
macchie solari; la rotazione a trottola del Sole; la Via Lattea
composta da una miriade di Stelle; i satelliti di Giove; gli anelli di Saturno, pur non riconoscendoli come tali; le fasi
di Venere; una stella apparentemente fissa e di
bassissima luminosità, che in realtà era Nettuno.
Ma la fondamentale importanza che la sua figura riveste, riguarda
il suo ruolo nel recupero del metodo scientifico sviluppato in epoca
ellenistica e successivamente quasi dimenticato, grazie al suo attento studio
di alcune opere scientifiche, in particolare quelle di Archimede.
La sua importanza per la rinascita della scienza
in generale e della fisica in
particolare, è riferibile alle scoperte che fece per mezzo di esperimenti terrestri:
Nel corso della sua vita, Galileo riprese dalla scienza e dalla
tecnologia ellenistiche e propose originalmente alcune invenzioni, utili non
solo nello studio delle stelle, ma anche dei corpi in movimento:
E ancora si interessò del problema della velocità della luce,
deducendo che non potesse essere infinita: ne provò, infatti, a misurare il
modulo. Riflettendo sui moti lungo i piani inclinati scoprì il problema del tempo
minimo nella caduta dei corpi materiali. Indusse un suo allievo, Bonaventura Cavalieri, a studiare gli
indivisibili, intuendo le conseguenze del calcolo infinitesimale nello studio
del moto.
In matematica scoprì la prima proprietà dell'infinito:
una parte è uguale al tutto.
Ebbe a scrivere (Opere VI)
"...
questo grandissimo libro che continuamente ci sta
aperto innanzi agli occhi (io dico l'universo), non si può intendere se prima
non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri ne' quali è scritto.
Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed
altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intendere
umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto".
Statua di Galileo, sita agli Uffizi
Nasce a Pisa il 15 febbraio
1564 da Vincenzo Galilei e Giulia Ammannati.
Il padre Vincenzo, nato a Firenze
nel 1520, ex
liutista ed ex insegnante di musica (aveva fatto parte della Camerata fiorentina dei Bardi), in passato era
entrato in conflitto con la tradizione classica che attribuiva la consonanza
tra tutti i suoni al controllo delle proporzioni numeriche ed aveva proposto
alcune sue idee al riguardo. Era quindi ferrato in matematica, ma, intuendo le
difficoltà pratiche per tale professione, spinse il figlio a studiare medicina,
proprio come un loro avo, quel Galileo Bonaiuti che nel XV secolo
si era distinto nell'esercizio dell'arte medica ed in onore del quale un ramo
della famiglia aveva preso il nome di Galilei.
Il giovane Galileo viene quindi inviato come novizio al Convento di Santa Maria in Vallombrosa a Firenze, dove rimase fino all'età
di quindici anni quando, a causa di una infermità agli occhi, il padre lo
riporta a casa.
Il 5 settembre 1580
Vincenzo lo iscrive all'Università di Pisa per fargli studiare l'arte
della medicina. Nonostante l'interesse di Galileo per i progressi sperimentali
di quegli anni, dopo quattro
anni il giovane rinuncia a qualsiasi titolo accademico e ritorna a Firenze,
dove diviene discepolo di Ostilio Ricci da Fermo,
un seguace della scuola matematica di Niccolò Tartaglia: fu a questa scuola che
Galileo studiò i problemi di matematica applicata, di meccanica
e di idraulica.
Galileo, pur costretto per motivi economici a impartire lezioni
private, cerca di farsi conoscere nel mondo accademico diffondendo,
privatamente, i suoi scritti e partecipando attivamente alla vita culturale del
suo tempo con lezioni e conferenze pubbliche. Su invito dell'Accademia
Fiorentina tratta, poi, argomenti letterari, come discussioni sull'Inferno di Dante o
valutazioni sull'opera di Ludovico Ariosto
e Torquato Tasso.
Durante la sua permanenza a Pisa, tra il 1585 e il 1586, Galilei arriva alle
sue prime conclusioni sul centro di gravità dei solidi con Theoremata
circa centrum gravitatis solidorum e risolve il problema della Corona di Erone
inventando uno strumento per la determinazione idrostatica del peso specifico
dei corpi: ne descrive i dettagli nel breve trattato La bilancetta.
Alla fine del 1587,
nonostante l'appoggio del Marchese Guidobaldo Del Monte, che leggendo le prime
opere galileiane era rimasto entusiasticamente coinvolto dalla sua genialità,
non riesce ad ottenere alcuna cattedra dall'Università di Bologna. Diverso il discorso nel 1589, quando, sempre con
l'appoggio di Del Monte, l'Università di Pisa gli assegna la cattedra di
Matematica. Nonostante lo stipendio di sessanta scudi fosse appena sufficiente
per sopravvivere, Galileo riuscì a produrre ottime idee e strumenti. Negli anni
seguenti, infatti, lavora intensamente, studiando il pendolo, che gli
consentirà di stabilire la legge dell'isocronismo nelle oscillazioni.
Studia, poi, il moto dei corpi materiali
ed enuncia il principio di azione e reazione (terza legge della Dinamica).
Inventa il piano inclinato ed esegue esperimenti, usando sfere di materiale
diverso, per stabilire che la velocità di caduta non dipende dal peso:
stabilisce che la massa che si oppone al moto (inerziale) e quella che
produce il moto (gravitazionale) sono equivalenti.
Purtroppo, nell'estate
del 1591,
muore il padre Vincenzo. Gli restano, così, a carico la madre e i fratelli
minori: Michelangelo, Lena e Livia. A ciò si aggiungono le
richieste del marito della sorella maggiore, Virginia, tal Benedetto Landucci, che esigeva il rispetto degli impegni
promessi in dote. Lo stipendio pisano, però, non dava molte prospettive per il
futuro e la risoluzione dei molti problemi, così Galilei si rivolge ancora al
Marchese Del Monte che, grazie anche all'appoggio del Cardinale Francesco Maria, suo fratello, riesce a
convincere l'Università di Padova a chiamare Galileo Galilei
come Professore di Matematica. Il 26 settembre
1592 viene quindi emanato
il decreto di nomina, con uno stipendio di 180 fiorini
l'anno. Il 7 dicembre
Galileo tiene il discorso introduttivo e dopo pochi giorni inizia un corso
destinato ad avere un grande seguito presso gli studenti. Resterà a Padova per 18 anni.
È del 1593 la
macchina per portare l'acqua
ai livelli più alti, per la quale ottiene, dal Senato Veneto, un
brevetto per l'utilizzazione pubblica per un periodo di venti anni.
L'importanza di Galileo, in quegli anni, però, va oltre le semplici lezioni
accademiche: è infatti con le lezioni private che il suo pensiero si diffonde e
diventa sempre più forte, grazie agli importanti studenti che ne seguono queste
lezioni: Vincenzo Gonzaga, Giovanni Federico Principe d'Alsazia,
i futuri Cardinali Guido Bentivoglio e Federico Cornaro, e
altri ancora.
Proprio nel periodo padovano incontra Marina Gamba, con la quale avrà tre figli: Virginia, che gli resterà accanto fino alla
morte, Livia e Vincenzo.
Tra il Luglio e
l'Agosto
del 1609
perfeziona il cannocchiale, dotandolo di lenti ottiche lavorate con alta
precisione, facendone uno strumento scientifico. Galilei è il vero inventore
del telescopio,
strumento che migliora il già esistente astrolabio,
probabilmente realizzato dall'artigiano fiorentino Ignazio Dondi, utilizzandolo per
determinare la posizione del Sole, della Luna e degli altri corpi celesti:
nasce uno dei primi strumenti scientifici per l'osservazione celeste. È in
questo modo che porta a compimento tutta una serie di scoperte astronomiche,
importanti per confermare la giustezza del modello cosmologico
copernicano. Nel 1611
fu convocato a Roma, dove presentò le sue scoperte ai gesuiti del Collegio
Romano che lo onorarono con una conferenza in cui riconoscevano le sue
scoperte.
Nel Marzo 1614 inventa il metodo per
determinare il peso dell'aria, scoprendo che pesa poco, pochissimo, ma non zero. L'aria è infatti
settecentosessanta volte più leggera dell'acqua: i pensatori della sua epoca,
al contrario, pensavano che l'aria non avesse peso.
Tra il 12 e il 15 novembre 1614
Galilei riceve, a Firenze, la visita di Giovanni Tarde, cui parla del suo microscopio, invenzione alla quale non può
dedicare molto tempo. Ci impiegherà, infatti, ben dieci anni per
perfezionarla.
Nel 1618
compaiono nel cielo tre comete:
questo fatto sembra mettere in discussione il modello copernicano, ma a Galileo
interessa solo un fatto: le comete si muovono negli spazi oltre
Nel frattempo, nel 1616,
il Santo Uffizio
(vedi)
metteva all'indice dei libri proibiti (Index
librorum prohibitorum)
della Chiesa Cattolica
sia la cosmologia copernicana sia le opere di Galileo, il quale venne convocato
a Roma per rispondere delle sue teorie. Qui provò a difendere le idee
copernicane, nonché le sue, dall'accusa di essere contrarie agli insegnamenti
della Bibbia,
ma allo scienziato venne intimato di non professare più tali idee. Galileo fu
ridotto al silenzio.
Nel 1632
pubblica il Dialogo di Galileo Galilei sopra i due Massimi Sistemi del Mondo
Tolemaico e Copernicano in cui espone il principio di Relatività e
il suo metodo per determinare la velocità della luce. Questo libro fu
pubblicato con la licenza di stampa delle autorità ecclesiastiche, ma
l'appoggio del papa svanì presto. Galileo, ormai settantenne, fu chiamato a
comparire una seconda volta davanti al tribunale dell’Inquisizione nel 1632.
Essendo ammalato rinviò il viaggio. Si recò a Roma nel [[1633], dopo che fu
minacciato di essere messo ai ferri e trasportato con la forza. Per ordine del
papa fu sottoposto a stringenti interrogatori e minacciato di tortura.
Essendo sospettato di eresia, bisognava spiegare per prima cosa
come aveva ottenuto l’autorizzazione della chiesa a pubblicare il libro, e così
fu asserito che Galileo avesse nascosto in maniera fraudolenta la precedente
proibizione di insegnare il Copernicanesimo. Visto
che il Dialogo paragonava sistemi astronomici, fra cui quello copernicano, si
asserì che violasse tale proibizione. Galileo fu giudicato colpevole.
Se questo vecchio ammalato sia stato effettivamente torturato è
questione controversa. Nella sentenza di condanna si legge ,che Galileo fu
sottoposto a “rigoroso esame”. Alcuni studiosi indicano che questa è
un’espressione tecnica del tempo per indicare la tortura.
Il 22 giugno
Minacciato di tortura e condannato al carcere a vita, riuscì a far
convertire in isolamento abiurando le sue teorie, Galileo, già
malato, ritrattò. In ginocchio giurò: Abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie e generalmente ogni e qualunque
altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per
l’avvenire non dirò mai più [...] cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione.
Secondo la leggenda, una volta alzatosi in piedi, colpì la terra e
mormorò: “Eppur si muove!”.
La pena fu scontata prima
nel palazzo dell'Arcivescovado di Siena,
poi nella sua villa di Arcetri.
Tomba di Galielo
a Santa Croce
Nel 1638
quando era già completamente cieco, poi, pubblica il suo lavoro più importante:
Discorsi e Dimostrazioni Matematiche intorno a due nuove scienze: in
esso tratta le leggi del moto e la struttura della materia.
È del 1640 la
spinta decisiva data al suo allievo Bonaventura Cavalieri con la scoperta della
proprietà caratteristica dell'infinito.
Il padre del metodo scientifico si spegne l'8 gennaio
1642, a Firenze,
circondato dai suoi allievi e nella quasi totale cecità. Venne tumulato nella
basilica di Santa Croce a Firenze]]. Venne infine assolto
dall'accusa di eresia solo nel 1992,
350 anni dopo la sua morte. Due anni prima, il 15 Marzo
1990 il cardinale Joseph Ratzinger,
oggi Papa Benedetto XVI, affermo in un discorso
nella città di Parma:«All'epoca
di Galileo
Grandissima mi par l'inezia di coloro che vorrebbero che Iddio avesse fatto
l'universo più proporzionato alla piccola capacità del lor
discorso...
(Opere VII)
Come detto in precedenza sono molte le opere e le idee che Galileo
ha dato alla fisica. In questa sezione cercheremo di riassumerne alcune.
Gli studi dei moti parabolici, pendolari e lungo piani inclinati
permisero a Galilei di scoprire l'universalità del moto.
Gli studi sul moto delle pietre levigate a sfera lungo i piani
inclinati e le misure di come gli oggetti in movimento aumentano e diminuiscono
le loro velocità consentirono a Galileo di scoprire che le loro traiettorie
erano parabole. Elaborando i dati con un metodo matematico scoprì che, volendo
lanciare una palla di cannone il più lontano possibile, l'inclinazione della
canna deve essere di 45°. Variando in alto o in basso l'inclinazione, per
valori identici, la gittata è la stessa: la traiettoria
a 40° e quella a 50° hanno la stessa gittata.
Studiando, ancora, come oscillano le pietre se legate lungo uno
spago, o come si muovono cadendo lungo un piano inclinato, Galilei scoprì che
si trattava di esempi della stessa quantità fisica: il moto. Nasce, così, il
primo esempio di universalità in fisica: tutti i movimenti dei corpi
materiali sono riconducibili a un'unica sorgente. Esso nasce dalla forza
che dà vita al moto e dall'attrito che a esso si oppone. Dalla somma di queste
due forze nascono velocità e accelerazioni, con quantità rigorosamente
conservate come, ad esempio, la quantità di moto lineare.
Il moto rettilineo e quello circolare possono essere composti e
scomposti in modi differenti. È poi possibile produrre una gran varietà di
movimenti parabolici: tutti esempi di moto. L'universalità del moto, però,
metteva in crisi la quadratura del cerchio, un concetto che ha radici
lontane.
Il cerchio è la figura geometrica perfetta e veniva associato al
cielo, mentre le linee e quindi la figura geometrica del quadrato al mondo
naturale: era quindi ovvio, prima di Galileo, ritenere impossibile ottenere un
quadrato da un cerchio e viceversa. Galileo, però, progetta il compasso
proporzionale, la cui realizzazione viene assegnata al suo artigiano di
fiducia, Marcantonio Mazzoleni,
con il quale è in grado di trasformare una qualsiasi lunghezza di cerchio nei
quattro lati di un quadrato. Lo strumento era costituito di due regoli metallici
uniti da una cerniera.
La conclusione ovvia era che non c'era nulla di privilegiato nel
moto circolare né alcuna differenza rispetto a tutti gli altri tipi di moto
(nonostante ciò Galileo era convinto che le orbite planetarie fossero dei
cerchi e non delle ellissi, come scoperto da Keplero
– Dio, per fare il mondo, ha scelto per le orbite figure geometriche
perfette: e questi sono i cerchi non le ellissi). I corpi materiali si
muovono perché c'è una forza risultante che agisce su di essi. Le
velocità e le accelerazioni sono determinate dalla somma delle forze positive e
di quelle negative (generalmente gli attriti), che, tenuto conto di tutte le
leggi di conservazione, determina il moto osservato.
Facendo esperimenti col pendolo e col piano inclinato, Galileo
arrivò alla scoperta degli attriti e alla formulazione del principio d'inerzia,
il primo principio della dinamica: se un
corpo è dotato di moto, tale resterà se non c'è attrito; o anche, in un sistema
senza attriti, un corpo resterà nel suo stato di moto o di quiete se non ci
sono forze esterne che su esso intervengono.
Un'altra scoperta galileiana è l'isocronismo delle piccole
oscillazioni di un pendolo.
Su tale argomento vi è anche una leggenda metropolitana, secondo cui l'idea gli
sarebbe venuta in mente osservando le oscillazioni di una lampada. Poichè la lampada in questione è stata costruita dopo la
pubblicazione dell'opera a riguardo, essa è priva di fondamento storico.
Questo strumento è semplicemente composto da una pietra legata ad
un filo sottile e inestensibile: se questo ha una lunghezza di un metro, si
ottiene un'oscillazione della durata di circa un secondo.
La periodicità nel moto del pendolo non fu solo l'unica
osservazione dello scienziato pisano: notò, infatti, che a parità di lunghezza
del filo e di peso del sasso, l'oscillazione dura la stessa quantità di tempo
al variare dell'ampiezza, a patto che questa non sia eccessiva.
La legge periodica del pendolo (detto pendolo semplice) è
infatti:
_file/image004.gif)
dove T è il periodo di oscillazione, l la lunghezza
del filo e g l'accelerazione di gravità. Si può notare che la legge di
oscillazione è indipendente dalla massa e dall'ampiezza dell'oscillazione
stessa, ovvero dall'angolo tra la posizione iniziale e quella centrale di
minimo.
Per oscillazione si intende un movimento da un estremo ad un altro.
Il lavoro, stampato postumo, descrive l'invenzione della bilancia
idrostatica:
Per fabricar dunque la bilancia, piglisi un regolo lungo almeno due braccia, e quanto più
sarà lungo più sarà esatto l'istrumento; e dividasi nel mezo,
dove si ponga il perpendicolo [il fulcro]; poi si aggiustino le braccia che
stiano nell'equilibrio, con l'assottigliare quello che pesasse di più; e sopra
l'uno delle braccia si notino i termini [dove ritor]nano
i contrapesi de i metalli semplici quando saranno
pesati nell'aqqua, avvertendo di pesare i metalli più
puri che si trovino. (Opere I)
Viene anche descritto come si ottiene il peso specifico
PS di un corpo rispetto all'acqua:
![]()
Ne
Si tratta del primo dettagliato elenco di pesi specifici ricavato analiticamente
e sperimentalmente.
Galilei riuscì a determinare il valore dell'accelerazione di
gravità, cioè della grandezza che regola il moto dei corpi che cadono verso il
centro della Terra, studiando la caduta di sfere ben levigate lungo un piano
inclinato, anch'esso ben levigato. Poiché il moto della sfera dipende
dall'angolo di inclinazione del piano, con semplici misure ad angoli differenti
riuscì a ottenere un valore di poco inferiore a quello oggi noto (9,80665 m/s2),
a causa di errori sistematici dovuti all'attrito, che non poteva essere
completamente eliminato.
Detto v il valore della velocità della sfera lungo il piano
inclinato, la velocità parallela al piano orizzontale sarà data da
v sin θ
mentre quella perpendicolare, che è poi quella utile alla
determinazione della gravità, risulta
v cos θ
Con questi studi, Galileo scopre la conservazione dell'energia:
ponendo un altro piano inclinato accanto al primo su cui far risalire la sfera,
scoprì infatti che questa si fermava alla stessa altezza di partenza.
Se Newton ebbe la grandezza di scrivere la legge di gravitazione
universale partendo dai lavori di Galilei e Keplero, fu anche quello che, in
pratica, diede una forma agli studi di dinamica compiuti, in effetti, da
Galileo. Infatti, come per il primo principio, anche il secondo porta la firma
del buon pisano. Fino al Galilei si pensava che, spingendo o fermando un
bicchiere, la quantità che ne regolava il moto fosse la velocità, visto che
questa aumentava o diminuiva a seconda dei casi. In realtà Galileo scoprì che
il bicchiere si ferma perché c'è una forza negativa, l'attrito, che si oppone
al moto: la forza produce una variazione nella velocità, e questa si chiama
accelerazione.
![]()
La ricerca di una grandezza legata alla velocità, però, gli permise
di scoprire la quantità di moto, che può essere lineare o angolare, una
grandezza che si conserva nel corso del moto di un corpo.
Galileo, sicuro che la velocità della luce non fosse infinita, come
fino ad allora si credeva, provò a misurarne, senza successo, il valore. La sua
idea era quella di portarsi su una collina con una lanterna coperta da un
drappo e quindi lanciare un segnale ad un amico posto su un'altra collina
lontana un chilometro e mezzo alzando il drappo. Il suo amico, visto il
segnale, avrebbe quindi alzato il suo drappo, inviandogli così il segnale di
ritorno: una precisa misura del tempo di percorrenza avrebbe consentito a
Galileo di scoprire la velocità della luce, ma non avendo a disposizione i
sofisticatissimi orologi moderni, figli del pendolo da lui ideato, non riuscì
nell'impresa. Anni dopo, nel 1675, Rømer
stabilì che quanto arguito da Galilei era corretto, arrivando alla
determinazione della velocità luminare. Römer,
infatti, utilizzò una lanterna cosmica, Io, il satellite di Giove, scoperto
proprio dal Galilei, e la velocità orbitale della Terra che gli consentirono di
portare a termine il calcolo iniziato dal pisano.
La misura venne migliorata da Albert A. Michelson.
Galilei era profondamente cristiano e davanti a ciò che vedeva col
suo monocolo (un universo immenso, pieno di irregolarità, senza sfere perfette e senza
nessun centro), si poneva il rapporto fra scienza e fede. Concluse che non
interferiscono lavorando su piani separati: la fede parla delle cose dei cieli,
la scienza di quelle di questo mondo. Le sue scoperte contrastavano con alcuni
passi della Bibbia: nell'Antico Testamento si dice come Dio tenne il Sole fermo
per tre giorni per permettere a Giosué e agli ebrei la vittoria sul nemico.
Quando è la Terra a
girare intorno al Sole: Galilei osserva che
"...stimo che" scrive
Galileo "tolti via gli orecchi,le lingue e i nasi, restino bene le
figure, i numeri e i moti, ma non gia gli odori, né i sapori, né i suoni, li
quali fuor dell animal
vivente non credo che siano altro che nomi..." così considera infatti
Galileo le qualità oggettive e soggettive con cui si deve valutare il mondo.
Ludovico Cardi, detto il Cigoli, fiorentino, fu pittore
al tempo di Galileo; ad un certo punto della sua vita, per difendere il suo
operato, chiese aiuto al suo amico Galileo: doveva, infatti, difendersi dagli
attacchi di quanti ritenevano la scultura superiore alla pittura, in quanto ha
il dono della tridimensionalità, a discapito della pittura semplicemente
bidimensionale. Galileo rispose con una lettera, datata 26 giugno 1612. Egli,
innanzitutto, fornisce una incredibile anticipazione della moderna distinzione
tra valori ottici e tattili: la statua, con le sue tre
dimensioni, inganna il senso del tatto, mentre la pittura, in due dimensioni,
inganna il senso della vista. Da ciò Galilei attribuisce al pittore una
maggiore potenza espressiva che non allo scultore, poiché il primo è in grado
di produrre emozioni molto meglio del secondo.
A quello poi che dicono gli scultori, che la natura fa gli uomini
di scultura e non di pittura, rispondo che ella gli fa non meno dipinti che
scolpiti, perché ella gli scolpe e gli colora, ... (Opere XI)
E aggiunge:
Perciocché quanto più i mezzi, co' quali
si imita, son lontani dalle cose da imitarsi, tanto più l'imitazione è maravigliosa. (Opere XI)
Nell'arte, come nella poesia
e nella musica,
disse Galileo, vale la potenza emotiva che si riesce a trasmettere. E questa
prescinde dalla descrizione cruda della realtà.
La questione della musica e di cosa sia più importante, tra la
partitura e le parole, è spesso stata oggetto di discussione. Al tempo di
Galilei, così come anche al nostro tempo, talora si tende a dare una pari
importanza, se non maggiore, al testo come alla musica. Ci si dimentica, però,
che alcune delle canzoni più famose hanno testi molto semplici e ridotti e una
musica efficace che colpisce immediatamente. Nella discussione entra in campo
lo stesso Galileo, secondo cui la musica, senza l'accompagnamento delle parole,
è altrettanto efficace se non superiore:
Non ammireremmo noi un musico, il quale cantando e rappresentandoci
le querele e le passioni d'un amante ci muovesse a compassionarlo, molto più
che se piangendo ciò facesse? ... E molto più lo ammireremmo, se tacendo, col
solo strumento, con crudezze et accenti patetici
musicali, ciò facesse... (Opere XI)