Il desiderio di conoscenza
Realizzato da MARI IARIA
Da sempre
l’uomo si è chiesto quale fosse il senso del proprio essere ed ha cercato di
capire e decodificare il mondo che lo
circondava,guidato da un’arma infallibile e con lui connaturata: il desiderio
di conoscenza. Aristotele era certo che tutti gli uomini tendono per
natura alla conoscenza e che questo desiderio, unito al taumazon ,fosse alla base della filosofia.Ciò nonostante, colui che espresse per la prima volta lo strettissimo nesso
tra essere e conoscere fu Immanuel Kant,che con la sua gnoseologia fece
della natura umana la base della conoscenza,ed allo stesso tempo mise in
risalto quanto l’uomo cerchi sempre di spingersi al di là delle proprie
possibilità,desiderio che è insito nel suo stesso intelletto.Egli ipotizzò la
presenza di strutture innate nell’uomo che rendono possibile la conoscenza
stessa,oltreché il giudizio morale ed estetico: le
forme a priori.Si tratta di schemi che compongono l’intelletto umano,e che trascendono l’esperienza,l’aposteriorità, in quanto
senza quelle strutture non sarebbe possibile l’ingresso nella sfera
intellettuale del dato sensibile.Queste forme a priori sono lo spazio,il tempo e le categorie,che risultano essere principi
ordinatori ed unificatori,che ci permettono di dare ordine alla molteplicità
caotica della realtà fenomenica che altrimenti non potrebbe essere conosciuta
.Spazio e tempo fanno parte dell’estetica trascendentale,poiché
sono le forme della sensibilità:sono cioè i primi e fondamentali schemi che
intervengono nella conoscenza e stanno alla base anche delle categorie,sono
intuizioni pure. Kant ci mostra infatti come anche la
classificazione categorica si basi su queste forme:ad esempio la categoria di
causalità presuppone il tempo,così come la quantità presuppone lo spazio.Le
categorie,al contrario di quelle Aristoteliche sono
12,raggruppate secondo quattro grandi direttive: Qualità,Quantità,Relazione e
Modalità.Le differenze si estendono anche oltre:se le
categorie di A. sono sia leges entis che leges
mentis,ossia schemi ontologici e logici allo stesso tempo,poiché ci
permettono di catalogare il molteplice ma indicano anche proprietà intrinseche
all’oggetto,sue proprie.In Kant esse sono semplici leges
mentis,semplici schemi unificatori poiché non possiamo
dire quale siano le vere caratteristiche ontologiche degli oggetti,in quanto
non percepiamo la realtà in sé.Ed è per questo che Kant
si pone anche la domanda se sia giusto applicare schemi soggettivi ad una
realtà oggettiva ,cioè se questa applicazione sia legittima,poiché che noi
applichiamo le categorie è un fatto,ed inoltre si chiede pure come questa
applicazione avvenga.Al primo quesito Egli risponde che l’unificazione del
molteplice è sempre un qualcosa che avviene nel soggetto e che vi è un entità in base a cui questa avviene:l’Io Penso,che si
configura come una “autocoscienza trascendentale”,come il centro unificatore
dell’intelletto,la sintesi di ogni sintesi.Per comprendere appieno la natura di
questa struttura è opportuno confrontarla con la res cogitans
di Cartesio e con Io assoluto di Fichte .Mentre per
Cartesio la nostra attività di essere pensante è l’unica cosa che ci da la certezza della nostra esistenza,poiché si può
dubitare di tutto ma non del dubbio stesso e quindi del pensiero,Kant è
convinto che l’Io penso non possa staccarsi dal suo oggetto e divenire egli
stesso oggetto di se stesso.In altre parole,per Kant
non c’è intuizione del cogito senza il pensiero: ecco perché la conoscenza
delle cose diventa vera condizione per la conoscenza di noi stessi.Egli quindi
sdoppia l’io penso e l’io sono,attribuendo all’Io
penso un valore trascendentale ma puramente formale ed all’io sono un valore esistenziale
ma puramente fenomenico.Il filosofo della Ragion pura si pone a metà strada tra
Cartesio e Comte: a differenza di questo ammette l’esistenza di un cogito,ma al contrario di Cartesio gli attribuisce un significato
puramente formale e non più sostanziale,come già ricordato, mentre il padre del
positivismo negava l’esistenza di un qualcosa che non fosse scientificamente
indagabile e positivo.Ma l’ Io penso di Kant è diverso
pure dall’Io di Fichte.Secondo questo filosofo,l’Io ed
il Non-io coincidono giacché il mondo oggettivo e fenomenico non è altro che
una creazione inconsapevole dell’io stesso,tramite l’immaginazione
produttiva,ma poiché questa ,pur essendo insita nell’io stesso è un qualcosa di
involontario,noi vediamo il mondo oggettivo come qualcos’ altro da noi.Ergo
Fichte riconduce il noumeno stesso all’interno dell’io,rendendolo
conoscibile proprio perché creazione egogena,anche se
l’uomo non riesce mai a liberarsi totalmente dai condizionamenti esterni,giacché
se così fosse non esisterebbe più la tensione morale. La differenza sostanziale
è che per Kant l’io penso si limita ad ordinare una
realtà che non è lui a creare,mentre l’io di Fichte è un io creatore,che
prelude all’Assoluto di Hegel,che è immanente nel mondo ed alla cui libertà la
storia stessa è subordinata. Comunque sia, l’attività di questo
organo per Kant si fonda sui Giudizi Sintetici a priori,che sono poi quei
principi che stanno alla base delle scienza ma che,a loro volta,derivano dalle
categorie:appare quindi chiaro che gli oggetti non possono essere pensati senza
essere categorizzati,poiché questo è cio che l’Io
penso fa,e senza il suo ausilio non sarebbe possibile la conoscenza.La risposta
che egli fornisce alla seconda domanda è più complessa. Egli risolve la
questione introducendo la dottrina dello schematismo. E’ convinto che le
categorie non applicate siano pure,ma per divenire
effettive devono essere calate in una dimensione spazio temporale,che è quella
in cui noi percepiamo gli oggetti:gli schemi trascendentali sono dunque delle
regole grazie a cui le categorie vengono calate nel tempo,divenendo effettive. A
questo punto,tramite i “principi dell’intelletto puro”
,che sono anche le asserzioni-base del sapere scientifico(p),ci spiega come
queste siano applicate alla realtà. Però,essendo
connessa all’uomo,la conoscenza è pure sempre limitata.Infatti
benché la realtà si estenda infinitamente,l’uomo non può andare oltre la
conoscenza che L’IO PENSO gli permette:essendo le forme a priori uguali in ogni
uomo,la sua conoscenza non ricade nella relatività,ed ha valore oggettivo,ma
non può trascendere quelle stesse forme,e queste sono efficaci soltanto a
contatto con l’esperienza [ conoscenza = materia (esperienza) + forma (forme a
priori)] .Kant ammette che l’unica realtà conoscibile all’uomo sia quindi
quella del fenomeno,ossia come questa ci appare
tramite le forme a priori,e che questa sia la conoscenza oggettiva,ma non
preclude la strada alla possibilità che ci possa essere altro a cui l’uomo non
può accedere:il noumeno,che solo un’intelligenza superiore potrebbe conoscere
(in Fichte invece la conoscenza del noumeno sarà possibile) e che ha la
funzione di ricordare all’uomo i limiti del suo intelletto ma,allo stesso
tempo,la validità della conoscenza che questo può raggiungere. Kant si pone
anche come il filosofo che meglio di altri ha compreso quanto la natura umana
sia protesa,al di là di ogni limite, ad andare oltre
il noumeno,a cercare l’ordine dove e l’unità dove non ci sono. Ma egli è convinto che si tratti di una necessità intrinseca
nell’intelletto stesso.Questo infatti,teso com’è ad
unificare i dati sensibili,è portato a voler pensare anche in assenza di dati
sensibili,e cerca una spiegazione globale delle cose,che vada oltre il
condizionato ed il relativo,”simile ad una colomba che presa dall’ebbrezza del
volo vorrebbe volare anche senz’aria,non rendendosi conto che l’aria è la
condizione base del suo volo”,dice Kant. Comunque sia da questa tendenza
all’unificazione nascono quelle idee che stanno alla base della metafisica e
che Kant definisce “paralogismi” ossia ragionamenti errati,per
cui parte alla critica di queste tre idee di anima,mondo e Dio,che stanno alla
base della metafisica,vista come parto della ragione e delle discipline
attinenti nella Dialettica Trascendentale. Egli è convinto che l’idea di anima
sia errata poiché questa deriva dall’unificazione dei dati del senso interno ed il suo errore sta nel voler applicare la categoria di
sostanza all’io penso,conferendogli un senso di permanenza nel tempo,secondo lo
schema corrispondente.Tutto ciò è errato in quanto
l’io penso,come già visto,non è conoscibile in sé,quindi è errato applicare un
nostro schema mentale ad una realtà non fenomenica ma noumenica. Per quanto
concerne la cosmologia razionale,che studia il
mondo,Kant è convinto che questa si fondi sulla nozione di mondo come unità dei
fenomeni.Il filosofo ci avverte però che anche questo è improprio giacché noi
la totalità dei fenomeni non è una realtà empirica,categorizzabile
e sperimentabile perché è possibile sperimentare un fenomeno ma non la totalità
di essi.Detto ciò,è evidente che si ricade nelle cosiddette
“antinomie”,ossia con preposizioni che,essendo opposte ma entrambe valide,ci
mostrano come quest’idea scada nella relatività poiché non dimostrabile.La
critica alla teologia razionale risulta essere per
Kant la più ardua giacché questa è la regina delle scienze metafisiche. L’idea
di Dio rappresenta l’unità dell’idea di anima e di mondo,è
il modello di ogni realtà,l’Ens realissimus
da cui tutto deriva.Non potendo criticare Dio univocamente,giacché
sono diverse le prove che si addicono alla sua esistenza,decide di prendere in
esame queste ultime.La prima è quella ontologica di S.Anselmo, e si basa sul fatto che Dio,essendo
perfetto,non può mancare di quella perfezione suprema che è l’esistenza,vista
come aristotelicamente come atto di una potenza. Kant
sostiene che essa è errata poiché:
a) è errato saltare dal piano logico a
quello ontologico: dire che dio è perfetto non giustifica la sua esistenza
poiché l’esistenza è un qualcosa che deve essere costatato empiricamente e non
semplicemente dedotto per via intellettiva poiché questa non è un predicato;
b) Questa prova è altresì
contraddittoria,poiché affermando che dio è perfetto ne assume già
implicitamente l’esistenza.
La prova cosmologica è altrettanto contraddittoria,poiché sostenendo che nella
catena di esseri contingenti vi deve essere una Causa prima,un motore
immoto,qualcosa che crea pur essendo increato,non realizza che la causalità è
una categoria che può essere applicata solo al mondo fenomenico,non al
noumeno.Essa inoltre ricade nella prova ontologica tramite una serie di
forzature che la portano ad identificare il motore
immoto col perfettissimo.
La prova fisico-teologica è altrettanto contraddittoria: in primis essa esclude che la
bellezza della natura possa derivare da leggi immanenti della natura stessa ed
inoltre questa pretendi applicare attributi riferiti al mondo finito
all’infinito,non comprendendo che la gradazione di ordine,chè
è uno schema dell’intelletto puro,è una nostra determinazione che potrebbe non
corrispondere alla verità. Inoltre,dire che la
bellezza del mondo non dipende da esso significa concepire Dio non solo come
supremo Architetto ma anche come Causa Prima e creatore,ricadendo nella prova
cosmologica ed ontologica.
Anche se le idee della metafisica sono
semplicemente dettate dal desiderio di conoscenza dell’uomo,queste
hanno funzione regolativa:indirizzano cioè la ricerca intellettuale ad
estendere indefinitamente il suo campo d’indagine,riconoscendo sempre maggiore
unità tra i fenomeni proprio come se si trattasse di una vera unità. Kant
introduce poi un nuovo termine medio che è il sentimento.Per
sentimento egli intende quella peculiare facoltà mediante cui l’uomo
sperimenta la finalità del reale.Ma il sentimento è un’esigenza connessa con il
desiderio dell’uomo di conoscere e di interpretare la realtà,e
quindi non ha valore teoretico. I giudizi sentimentali sono giudizi riflettenti,derivanti cioè dai determinanti ,quelli sintetici a
priori.Si dicono riflettenti proprio perché si tratta
di giudizi determinanti filtrati attraverso l’esigenza universale di armonia e
finalità delle cose.Alla necessità di vedere una finalità ed
un’armonia nelle cose fanno capo i giudizi estetici,alla necessità di scorgere
una finalità nella natura quello teleologico,e questi giudizi sono cmq
puri,ossia a priori come quelli da cui derivano.Per quanto concerne il giudizio
estetico,Kant ci da 4 definizioni di esso,a seconda
delle categorie:quindi in generale il bello è il bello oggettivo,quello
condiviso da tutti,universale e non esprimibile concettualmente,staccato da
ogni interesse contingente,e perciò non può essere studiata ma si apprende solo
grazie all’esperienza ed alle proprie inclinazioni.Dicendo ciò Kant si pone in
aperto contrasto con Hume:secondo questo infatti la
percezione della bellezza è qualcosa di incostante che varia da individuo ad
individuo ed anche nello stesso individuo col passare del tempo,pure se poi
ammette l’esistenza di una sorta di buon senso estetico,derivante dal senso
comune. Kant avrebbe detto che Hume parlava solo del piacevole.Il piacevole è invece qualcosa di distinto dal bello,giacché
questo risulta essere scaturente dalle attrattive delle cose sui sensi,per cui
questo non ha valore universale,è solo un giudizio estetico
empirico,contrapposto al giudizio estetico puro che deriva dal piacere
estetico.Come nel piacevole siamo attratti dalla parte esteriore della cosa,così nel piacere estetico siamo attratti dalla forma delle
cose.La verità è che la bellezza si trova dentro di noi e non nelle cose,quindi il piacere estetico sorge nel momento in cui
l’immagine della cosa appare corrispondente alle esigenze di armonia del
soggetto,ossia quando forma pura e forma empirica coincidono. è questa la ragion per cui non vi può essere relatività nel
giudizio estetico e questo si configura come universale,proprio perché le forme
a priori e l’intelletto umano sono unici in tutti gli uomini.Ancora una volta
Kant afferma la libertà del soggetto nei confronti dell’oggetto: se la bellezza
fosse proprietà ontologica degli oggetti,sarebbe
questa ad imporsi all’intelletto e non il contrario,per cui l’estetica sarebbe eteronoma, mentre invece questa si configura come
autonoma.Un tipo particolare di valore estetico,che è
il sublime.Questo nasce nell’uomo di fronte a qualcosa di smisurato ed infinito.Egli distingue il sublime matematico,inerente alla grandezza,dal sublime dinamico,che sorge
dinanzi alle potenze della natura.Come il bello,pure
il sublime è un qlc che non sta nelle cose ma nel
soggetto.Dinanzi a quelle immensità,l’uomo non può che
sentirsi minuscolo ma allo stesso tempo ci fa riconoscere come portatori
dell’idea di infinito che ci fa sentire tutta la nostra superiorità
spirituale,quindi la sensazione del sublime da depressiva diviene esaltativa. A
differenza del bello,questo nasce non dalla consonanza
tra immagine ed intelletto,ma da un contrasto tra la nostra necessità di
armonia e ciò che ci troviamo di fronte.Come quello estetico pure il giudizio
teleologico è un giudizio non scientifico scaturente dal fatto che l’uomo non
può accettare il meccanicismo,legge base della
natura,quindi tenta sempre di guardare al di là della realtà empirica. Kant
esclude la finalità a livello fenomenico,ma lascia uno
spiraglio aperto per quanto concerne il concetto di finalismo nell’universo
noumenico.
La storia ci insegna che Kant non si sbagliava:l’uomo
ha sempre provato a conoscere quel noumeno,a sfidare l’ignoto,spinto dalla
fiamma perenne della sua cupiditas sciendi e la letteratura,da sempre espressione autentica
dell’uomo,ce ne ha fornito le prove.Il personaggio della letteratura universale
a cui l’uomo ha affidato questo suo anelito alla
conoscenza è stato Ulisse o Odìsseo ,che dir si
voglia.Sin dalle origini della letteratura,questo
personaggio ha assunto,pur se con sfumature diverse in relazione ai tempi,il
ruolo di portavoce di questa istanza fondamentale ma,in realtà,la figura di
Ulisse quale emblema di quella passione travolgente per la conoscenza che
porta l’uomo a sacrificare anche ciò che ha di più caro,quindi la
trasformazione di quella virtù in vizio si deve a Dante.Omero nell’Odissea ce lo presenta come uomo poliedrico,che “…pollwn d anqrpwn iden astea kai
noon eggw...” (Odissea I,3) dal multiforme ingegno quindi,che anche
aiutato dall’esperienza,strumentalizza le proprie doti intellettive per piegare
un fato avverso,per cui egli incarna quella virtus
pragmatica,fatta di labor,honor
e vigilia tanto decantata dagli antichi.Ed Odisseo
contrapposto al focoso Achille è pure l’emblema della decadenza di tutti quei
valori che stavano alla base del mondo omerico dell’Iliade:egli è quindi
l’antieroe,non biondo,non coraggioso ma,allo stesso tempo,pure colui che meglio
descrive l’uomo occidentale in quanto tale ed a tal proposito è significativo il
fatto che,mentre l’Iliade cominciava col termine “Mhnin”,
l’incipit dell’Odissea è proprio “andra”,l’uomo.Uomo
con tutte le sue gioie ma pure tutte le sue sofferenze
ed angosce:celebri sono i sospiri di Ulisse preso dalla nostalgia per la sua
casa e per i suoi amati congiunti,che brama ogni giorno di riabbracciare ma è
pur consapevole che forse non potrà più rivederli ed anzi,egli arriva
addirittura a rifiutare l’immortalità offertagli da Calipso pur di restare uomo
e vivere appieno la sua esistenza.Omero fa sì che il suo eroe possa baciare la
sua petrosa Itaca alla fine del racconto,e morire dopo
una “splendente vecchiezza” come profetizzatogli da Tiresia,ma
in Dante invece la prospettiva muta: egli,influenzato pure dalla lettura
di Orazio,e da alcuni topoi letterari che circolavano
nella cultura medievale e che identificavano la sete di conquiste di Alessandro
Magno con la sete di conoscenza,giunge a trascurare l’aspetto più umano
dell’eroe,che nel XXVI canto dell’Inferno assurge a mero simbolo di quella cupidità di sapere che è insita in ogni uomo e che ci porta
a sfidare tutto e tutti pur di placare la nostra sete.La differenza maggiore è
che in Omero il desiderio di Ulisse non è qualcosa di speculativo:egli ama si conoscere ma in un certo qual
senso è costretto a farlo viste le sue peregrinazioni ed i tanti pericoli,in
Dante invece nulla lo obbliga a spingersi oltre le colonne d’Eracle.Egli
inoltre ci confessa che:
“…né dolcezza di figlio,né la
pietà
del vecchio padre,né ‘l debito amore
lo qual dovea
Penelopè far lieta,
vincer poter dentro a
me
l’ardore
ch’i’ ebbi a
divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore…”
Mentre l’Ulisse omerico non vedeva l’ora
di ritornare a casa,qui noi lo vediamo tutti intento a convincere i compagni ad
avventurasi nella loro ultima impresa,perché giunti a quel punto,è un dovere
che hanno verso loro stessi,e lo fa con uno stupendo esempio di retorica,in cui
si note molto l’anima corale a cui si è giunti dopo tante avventure vissute
assieme,a quella compassione che fa della ciurma la vera famiglia di
Ulisse,concludendo il discorso con un’affermazione emblematica:
“ O frati”,dissi,”che per cento milia
perigli siete giunti
all’Occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi
che è del rimanente
non vogliate negar
l’esperienza,
di reto al sol,del mondo sanza
gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a
viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.”
La necessità di andare oltre è quindi propria dell’uomo,è un fattore intrinseco alla sua natura,e non deve essere
interpretata in senso romantico,vedendo in Ulisse un nuovo Prometeo,un eroe
titanico che sente l’anelito dell’infinito:in Ulisse non vi è violazione
consapevole del divieto e quindi ribellione aperta.Infatti
la sua avventura finirà in tragedia,ma egli non capirà il perché se non una
volta giunto all’Inferno,ed infatti definisce Dio “altrui” e,poiché non crede
di essersi macchiato di ubris, non comprende il senso
di quella assurda nemesis:nella sua ottica schiettamente
pagana,Dio viene assimilato al Fato.In realtà le colonne d’Ercole
nell’antichità classica non avevano quella connotazione inibitiva che assunsero
nel Medioevo cristiano,non erano suggellate dal veto
divino.Erano solo un ammonimento rivolto da un uomo agli altri uomini,volta ad indicare che,siccome non c’erano terre abitate,non
aveva senso avventurasi in quel mondo. E anche quando giunge dinanzi alla
montagna,cerca di compararla a ciò che ha già
visto,non assegnandole alcun connotato divino.Dante non ci
da una connotazione negativa di Ulisse,simile a quella degli altri dannati:come
Francesca,egli non è una semplice incarnazione del suo peccato,ma è un
carattere “figurale”,ossia una sorta di archetipo umano,e poi Dante
rispetta il suo anelito alla conoscenza:è infatti Dio a porre quel desio nel
cuore dell’uomo,ma siccome Dio è l’unione della molteplicità,tutto a lui
riede,per cui solo in Lui l’uomo trova ristoro al suo desiderio .Ma per lui c’è
ammirazione perché incarna quella sapientia mundi tanto cara agli antichi,per
cui egli incarna il coronamento dell’ideale della sua epoca ma, allo stesso
tempo, è per questo esponente di una cultura e di una visione del tutto laica
,una visione che trascende il problema del divino anteponendogli la dimensione
umana:è proprio questo l’esser esperti del mondo, dei vizi e delle virtù,perciò
egli lo assolve e si adopera per non privarlo della sua patina di classicità.Ma
il poeta esprime pure la consapevolezza che nulla può mai dirsi completo senza
la luce di Dio,ed infatti egli nell’exordium al Canto I del Paradiso,pur consapevole del
suo valore poetico, invoca l’ispirazione divina per non cadere nella hybris alla maniera di Marsia o
dello stesso Ulisse. “Si può quindi affermare che nell’impresa di Ulisse vi sia
il segno della grandezza e dell’insufficienza dell’umanità pagana,priva della rivelazione.Egli ci
appare come il prototipo di questa umanità che fidando nelle sue proprie forze
è giunta tant’oltre da intravedere il monte del Paradiso terreste,quasi simbolo
del limite estremo a cui può giungere l’umanità per sua intrinseca natura”
afferma a ragione il Fubini. E Ulisse fu punito con
l’Inferno proprio perché vide il Paradiso terrestre:in
questo egli fu molto più ardimentoso degli antichi filosofi. Aristotele si
avvicinò parecchio alla dottrina cristiana,e pure
Platone,ma essi riuscirono soltanto a scorgere singoli aspetti della realtà
divina,per cui non si macchiarono delle sue colpe:per loro il Limbo fu
sufficiente. Dante ed Ulisse sono caratteri
complementari soltanto che Dante è un viator,come
ogni uomo sulla terra ed Ulisse è un esploratore,che quindi ha solo le sue
forze a disposizione. Quello di Dante è un itinerario catartico illuminato
dalla grazia,il secondo ha le caratteristiche di un
volo subitaneo,inadeguato perché non comandato da Dio.Da un punto di vista
semiotico e figurale il viaggio è diverso anche per altri motivi:Dante si trova all’interno di un globo cosmico attraversato
completamente da un’asse verticale,Ulisse invece viaggia come su una carta.La
fine di Ulisse si contrappone sinteticamente all’ascesa di D,ed
i due personaggi sembrano speculari,in quanto Dante ricorda spesso Ulisse per
cui è come se si trattasse di una sorta di staffetta che D. porta
avanti.Inoltre vi è un altro viaggio che,come quello
di Ulisse si compie sull’asse orizzontale,ed è proprio quello di Dante
esule,mentre Ulisse è costretto a muoversi su quell’asse proprio perché non è
sospinto dalla fede,e infatti quando la sua nave volgerà la prua verso l’alto
inabissandosi,prenderà quindi una direzione sull’asse verticale,egli non capirà
perché. Infatti,come tutti i dannati,anche Ulisse è
ancorato alla memoria del suo passato ed egli ancora non rammenta con dolore il
suo viaggio .Lo definisce ormai “folle volo”,ma
forse,vista la razionalità del personaggio,più che folle per la mancanza di
Dio,come lo intendono la maggior parte dei critici visto che in D. folle è un
termine indicante la violazione del volere divino,va inteso come “temerario” o
“mal programmato”.Ma,come si è visto,Dante sembra
ammirare molto Ulisse e questo perché si riconosce in lui,in quanto anc’egli non ha esitato a violare gli affetti più cari pur
di non ricadere nel vivere otiose,ma è
comunque attento a distinguere la sua virtù cristiana dalla “scellerata” virtus pagana di Ulisse,che lo conduce alla semplice canoscenza e non alla cognitio.
Ma se Ulisse è innocente in quanto ignaro
dell’esistenza e del volere di Dio,perché allora si trova
all’inferno?Apparentemente perché egli ha frodato i suoi compagni,ma la verità
è che Ulisse è per Dante un carattere inquietante.Infatti
egli rappresenta quella carica di spregiudicatezza e di laicità che
rappresenteranno una caratteristica dell’uomo Rinascimentale e che D avverte
già,poiché la sua epoca fu quella che vide il progressivo incrinarsi
dell’equilibrio medioevale,a cui è dedicata la genesi più profonda della sua
opera,che sta proprio nel cercare di imporre una forma al caos che si stava
producendo.Per cui la collocazione di un personaggio
come Ulisse,con tutti i caratteri della nuova civiltà,non può che essere
collocato all’ Inferno,come per una sorta di rito esorcistico,e come lui gran
parte dei personaggi più autorevoli del mondo classico. D. non ammette la
separazione tra coscienza e moralità,tra etica e
politica.Inoltre Maria Corti ha notato che Ulisse potrebbe essere l’emblema del
rifiuto di Dante dell’averroismo,di cui egli fu
inizialmente simpatizzante.Come Francesca da Rimini è l’ombra della tentazione
passata,così Ulisse potrebbe essere quella del
futuro:egli infatti nel Convivio sostiene che “ La scienza è la
perfezione ultima della nostra anima nel quale sta la nostra ultima felicitade…”.
L’esempio di Dante sarà seguito da Lord Alfred Tennyson nel XIX secolo,che
descrive un Ulisse che riprende il mare disgustato dalla vita mediocre e priva
di attrattive che la sua isola e il suo ruolo di sovrano gli offrono, convince
un gruppo di vecchi compagni a seguirlo per oltrepassare con lui le Colonne
d'Ercole, in cerca di nuove esperienze e di conoscenza: più viaggia, più vorrebbe
viaggiare per sempre, perché smettere la sua ricerca della conoscenza
significherebbe smettere di essere un essere umano, cosa che è per lui peggiore
della morte,ed affida il regno al figlio Telemaco,che rappresenta la società.Ma
il miglior esempio di come Ulisse,pur prestandosi a
tante letture,resti sempre il simbolo dell’anelito alla conoscenza ci è dato da
Giovanni Pascoli.Egli riesce a trasferire in quest’eroe tutte le angosce
esistenziali della sua epoca,un’epoca in cui neppure
la scienza può più dir nulla,l’epoca del crepuscolo degli dei,in una parola del
Decadentismo.Se negli altri casi Ulisse era l’emblema del raggiungimento di una
conoscenza certa,in questo caso egli diviene il
simbolo della relatività conoscitiva.Egli dopo tante avventure è infatti tormentato da un dubbio:gli episodi che egli
ricorda appartengono alla realtà o all’immaginazione?Così naviga a
ritroso,giusto per scoprire che nulla di ciò che egli ricordava è vero:ad
esempio,Circe non esiste ed il suo canto è solo lo scrosciare delle onde.Il
mito quindi si dissolve,l’avventura di Ulisse si
rivela sogno,non realtà.Ogni certezza sembra dunque crollare,ma
Ulisse continua ancora a cercare tenacemente il senso della vita e si rivolge
alle sirene,che gli avevano chiesto di fermarsi ad ascoltare il loro canto
(Odissea XI,186-191).Egli è però sospinto verso queste creature dalla corrente
del mare,pure a significare che l’uomo non è più
artefice del suo destino,ma spinto da forze oscure che non può dominare:in
questa prospettiva l’eroe diventa più simile al Giasone del Rodio.Il desiderio
di conoscenza si orienta quindi verso l’interiorità dell’uomo,per
capire il senso dell’esistenza ed il labile confine tra realtà e sogno. In
questa prospettiva il limite non sono più le colonne
d’Ercole ma la finitudine stessa dell’esistenza umana.Alla domanda :
Non vi sarà risposta e la nave sarà trascinata dalla corrente
sugli scogli,causando la morte di Ulisse. E’ proprio questa la risposta:la morte è il senso vero
dell’esistenza perché è l’unica certezza vera che abbiamo.Il senso dell’eroismo
dell’Ulisse pascoliano sta
proprio nell’affrontare il crollo delle illusioni,nell’accettare la realtà
della morte:in questo è possibile rintracciare una caratteristica dell’autore
stesso.Egli infatti non fugge dinanzi ai fantasmi del
suo passato ed alle angosce del presente ma in alcuni casi,come nel X Agosto,li
affronta apertamente.
Nello stesso periodo anche Gabriele D’Annunzio tratta il tema
di Ulisse in Maya,ma in chiave del tutto diversa. L’eroe
della conoscenza assume i caratteri del Superuomo e diventa un eroe
instancabile,animato dalla Volontà di Potenza,capace
di dominare le forze avverse della natura per vincere la sua eterna lotta contro
il mare,al contrario di quello pascoliano. Egli ce lo descrive con il viso fisso all’orizzonte,con lo
sguardo fiero e statuario,che non presta neppure ascolto alle richieste dell poeta che,con i suoi compagni,vorrebbe unirsi al suo
viaggio;ma basta un solo sguardo di Ulisse per fargli capire quale sia la sua
missione.Questo Ulisse è certo poco credibile:in esso
si perde tutta la problematicità insita nel personaggio a favore dell’ideale di
una grandezza sovrumana ,di una mitica incarnazione semidivina a cui l’uomo
comune deve sottostare. E’ chiaro quindi l’intento politico di questo carattere:egli rappresenta la perfezione a cui il poeta anela ma che
non ha ancora raggiunto,e che mai raggiungerà,giacché il superuomo è
caratterizzato da una malattia che in fondo lo rode dall’interno: una velata
inettitudine.
Pure Umberto Saba tratterà il tema di Ulisse nelle sue
“Mediterranee”,una sezione del suo Canzoniere,certo
in modo più rispondente alla sua accezione tradizionale.Nella lirica “Ulisse”
l’eroe diviene il simbolo di quella smania di esperienze che,nonostante
l’età non più giovane,caratterizza il poeta,che non riesce a restare fermo nel
suo “porto illuminato”,ad accettare quindi una serena vecchiaia,ma che sente
sempre la necessitàdi navigare ancora a largo,di
superare il conformismo,in nome di quel “…della vita doloroso amore”,dove
l’ossimoro esprime tutto il senso della visione sabiana,una
visione della vita sintonomo di un’umanità
cordiale,ma essa stessa non immune dall’angoscia e dal senso di precarietà
della vita che caratterizzava tanta mentalità novecentesca. Ma,piuttosto che soffermasi su quegli aspetti ,il nostro cerca
di superali,di superare il dolore della sua soggettività,per divenire un uomo
tra gli altri e per apprezzare le cose nella loro irripetibile
singolarità:egli,pure influenzato dalla lettura di Nietzsche è probabilmente
convinto che pur essendo il dolore la dimensione più reale,come scrive nella
Capra,è consapevole che solo accettando tutti gli aspetti della vita ,il
negativo potrà essere redento.è per questo che in
Ulisse afferma di non temere le insidie del mare,che sono appunto i vari
pericoli dell’esistenza.Egli afferma che oramai vive in “quella terra di
nessuno”,con chiaro riferimento all’Ulisse Dantesco
che l’aveva cercata fino in fondo quella terra.
Primo Levi nel suo Canto di
Ulisse in Se Questo è un uomo riecheggia parecchio l’interpretazione
di padre Dante,prendendo Ulisse ad esempio di humanitas
e a rappresentazione del loro desiderio di conoscere la vita che si svolge al di
fuori del lager,di cui tante barbarie sembrano aver cancellato in parte il
ricordo e del desiderio di vivere in modo davvero degno di un essere umano,
viene inserito nel contesto degradante del Lager, in cui l’uomo è
costretto a vivere davvero come un bruto, per citare l’espressione dantesca,
cioè ad obbedire per istinto di sopravvivenza ai soli bisogni primordiali. Allorché un suo compagno,Jean,esprime il desiderio di
imparare l’italiano,Primo acconsente ad insegnargli la lingua ma, invece di
iniziare dalle parole o dalle frasi più semplici, decide di lanciarsi nella
traduzione di un brano di Dante: il canto di Ulisse, appunto. L’aggrapparsi al
ricordo letterario esprime il disperato tentativo di salvare qualcosa di umano;
la chiave del passo sta nella citazione dei famosi versi «fatti non foste a
viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza», che risuonano nel narratore come
un’illuminazione, come se fosse la prima volta che li ascolta: è un messaggio
che riguarda tutto il genere umano e tanto più la gente del Lager, che a
volte rischia di scordarsi di appartenere ad esso; ma
soprattutto riguarda Jean e Primo, che osano «ragionare di queste cose con le
stanghe della zuppa sulle spalle».
Nonostante i vuoti nella memoria e la scarsa padronanza del francese, la strana
lezione prosegue, suscitando l’affollarsi di ricordi e riflessioni: la parte
spirituale dell’individuo, che l’aberrante organizzazione del campo di
sterminio mira ad annientare, riemerge prepotentemente, come estremo tentativo
di resistenza all’annientamento e di recupero della propria umanità.
Il ritorno dei due prigionieri tra la folla di larve umane, che avidamente
attendono la razione di zuppa, segna la reimmersione
nel quotidiano inferno di Auschwitz, suggellato dall’ultimo verso dell’episodio
dantesco: «infin che ‘l mar
fu sovra noi richiuso».
Pure James Joyce tratta il tema di Ulisse quale esploratore
del proibito: ma stavolta il viaggio non è proiettato verso l’esterno,giacché si svolge nella dimensione interiore dell’uomo,ed i
confini non sono più le colonne d’Eracle ma i limiti tra conscio ed
inconscio,tra coscienza ed incoscienza. L’opera si svolge nell’arco di un
giorno,in ventiquattro ore, e narra le storie
parallele di Molly,Leopold Bloom e Stephen Dedalous,questi
ultimi in balia del complesso edipico figlio-padre.Il riferimento all’Odissea è
palese pure nella suddivisione del racconto in 24
unità narrative,ma quest’opera narra l’odissea giornaliera dell’uomo
moderno,che sente il dubbio insinuarsi sin nei meandri del suo animo.Rilevante
è pure la tecnica dello steam of conscousness,volto a riprodurre su carta il pensiero nel suo crearsi.
Non sempre gli scrittori si sono serviti della figura di Ulisse per
oggettivare il loro desiderio di conoscere.Alcuni
hanno preferito proiettarlo all’interno delle proprie opere grazie a personaggi
di grande sapore autobiografico,mentre altri ne hanno dato esempio con tutta la
loro opera e la loro vita.A questo proposito i
personaggi più interessanti sembrano essere Apuleio e Plutarco.Vi è qualcosa che li accomuna:entrambi vissero nel II secolo
Dc, nell’era del crepuscolo degli dei,per usare un’espressione Nietzschiana,ma
se Plutarco,più che tendere l’orecchio alle nuove voci che si alzavano in quel
silenzio,preferì rimanere ad ascoltarlo,Apuleio seguì la strada inversa.
Fu così che egli si convertì ai nuovi culti misterici orientali che circolavano
a Roma,in particolare a quelli di Iside ed Osidide,che prometteva la vita dopo la morte e che quindi
si prospettava molto simile al Cristianesimo,che era al tempo ancora una setta
come le altre anche se molto ben nutrita.Per la sua adesione a queste strane
sette ed il suo immenso amore per la sapienza Apuleio
fu processato:lo si accusava di magia nera,di aver stregato la moglie Pudentilla per impadronirsi della sua dote ed egli
rischiava la pena capitale.Si difese nell’Apologia,che
rappresenta uno straordinario esempio della sua cultura e della sua ars rethorica ,ed in cui egli affermò una sacrosanta
verità: “Noi uomini di cultura abbiamo un nemico irriducibile:l’ignoranza”. In
realtà egli fu assolto dal governatore Fabio Massimo ,anche
presentando prove schiaccianti contro l’accusa,ma questa fama di mago non lo
abbandonò mai. E’ difficile dire quanto l’accusa fosse vera:egli
fu un filosofo e si capisce quanto ambiguità questo termine apporti,anche
guardando alla sua opera maggiore,il cui tema portante è proprio la magia.Nelle
sue Metamorfosi,romanzo in 11 libri,Apuleio ci da il
più fresco esempio di curiositas e,visto il carattere
autobiografico dell’opera,si può affermare che egli si riferisce alla
propria.Ma per lui la curiositas non è semplice
desiderio di conoscenza:alla luce della sua adesione a
quelle sette assume connotati abbastanza complessi da definire. E’ si smania
intellettuale,ma è pure qualcosa che può causare danni
all’uomo.Il protagonista di questo romanzo,chiamato
anche asinus aureus,è
Lucio,che nel prologo dice di essere greco.Egli durante un viaggio di affari,è ospitato in Tessaglia presso la casa di un usuraio
la cui moglie è una strega.Una sera,Lucio assiste alla
trasformazione di questa donna in uccello e,spinto dalla curiositas,decide
di provare anch’esso e lo fa con l’aiuto della servetta Fotis
che però sbaglia vasetto,e Lucio si trasforma in asino invece che in
volatile.In seguito a ciò egli è costretto a subire varie peregrinazioni e
sofferenze prima di poter riacquistare sembianze umane.Una
notte viene rapito e portato presso una grotta,dove ascolta una vecchia che
racconta ad una ragazza rapita al fidanzato la favola di Amore e Psiche.Dopo
varie peripezie,nel libro XI,che rappresenta la chiave
di lettura del romanzo,Lucio assiste all’epifania di Iside che gli promette
il ritorno alla forma umana se egli mangierà
delle rose dalle mani di un sacerdote durante la processione in suo
onore. Lucio le presta ascolto e così può ritornare uomo e fasi sacerdote della
dea ed adepto di Osiride.Molto si è discusso
sull’interpretazione del romanzo ed in particolare
sulla digressione fiabesca di Amore e Psiche,che sembra contenerne il
succo:tanti sono le micro-unità narrative del romanzo,tanto che è difficile
vederne un’unita,ma questo racconto ha una valenza particolare,anche perché
posto a metà dell’opera,nel Libro V. La sua funzione sembrerebbe quella di esplicitare in modo quasi didascalico, nella
microstruttura della favola, il senso della macrostruttura che la include.Infatti tutto il romanzo di Apuleio costituisce una
singolare allegoria, imperniata sulla vicenda dell'Anima che, caduta per un
fatale errore, attraverso una serie di durissime prove riconquista alla fine -
ma solo per l'intervento della Grazia divina - la piena felicità, e con essa
l'immortalità,e forse bisogna vedere proprio in questo l’unità di cui si
diceva:benché spesso i vari racconti,improntati pure alla fabula
milesia,sembrino stonare con l’intento mistagogico del romanzo,le vicende
scabrose vissute da Lucio hanno la funzione di suscitare nel musths disgusto verso il mondo,ed allo stesso tempo
rappresentano il percorso che l’iniziato deve compiere per diventare membro
effettivo della setta .Si può parlare di una Divina Commedia ante litteram .Il peccato di cui l’anima si macchia
è proprio quello di curiositas.Apuleio è forse uno
dei primi a stabilire una netta differenziazione tra curiositas
e conoscenza vera,che poi è la stessa che sussiste tra i danteschi cognitio e canoscenza.Come dirà
poi Heidegger,la curiositas è soltanto il desiderio di conoscere finalizzato
a se stesso,ed appartiene alla vita inautentica,in
cui si cerca di colmare il vuoto con una smania di vedere e sapere,è una
conoscenza superficiale che ricade solente nell’equivoco,mentre la conoscenza
vera è quella che si raggiunge soltanto tramite un percorso interiore,che però
nel caso del nostro non è un iter mistico.Per cui,in
definitiva,è possibile affermare che nel suo romanzo,Apuleio concepisce
due modalità di conoscenza,proprio come l’Euripide delle Baccanti:
1)
la curiositas (che in
Euripide è designata con il termine sophòn), che si
illude di poter arrivare alla decifrazione dell'Essere attraverso
l'osservazione delle forme dell'Apparenza (l'"abbandono al mondo"),
dei fenomeni (etimologicamente "ciò che appare") e dei segni in essa
impressi: è questa l'illusione della scienza, della gnosi, la stessa di
Apuleio mago-alchimista-scienziato, la stessa, a ben
guardare, del primo Socrate ancora physikòs, studioso
dei fenomeni della natura; essa si rivela, a quanto pare, suprema stoltezza,
perché la multiforme varietà delle cose né può essere realmente conosciuta, né
può condurre alla conoscenza di ciò che veramente è al di là delle apparenze e
dà loro significato;
2) la rivelazione (che in Euripide è designata
con il termine sophìa), che avviene - si direbbe -
attraverso una stretta collaborazione tra uomo e Dio: l'uomo, una volta
caduto, deve passare attraverso l'inferno dell'abiezione morale e della
disperazione (si pensi anche all'esperienza dantesca ed
a quella autobiografica raccontata da S. Agostino nelle Confessioni), per arrivare a conoscere fino in fondo la nullità
delle risorse intellettuali umane: solo a questo punto potrà intervenire
è anche
importante notare come la filosofia platonica influenzi parecchio la concezione
apuleiana,se pur parte del sincretismo filosofico di
stampo mistagogico di cui egli fu in possesso.Infatti
gli stessi nomi dei personaggi ( ErwV = Amore; Yuch = Anima) non possono non evocare alla mente la teoria
dell'eros platonico, così come la troviamo espressa nella triade Fedone - Simposio – Fedro. Ma, quale che sia il senso
esatto da attribuire alla parabola esistenziale adombrata dal romanzo apuleiano, è da notare un particolare: nella
prospettiva della novella di Amore e Psiche, l'Anima è già amata da Dio
fin dall'inizio (cioè è già salva), ma non lo sa. Questo elemento riconduce
inevitabilmente alla teoria platonica della reminiscenza (si veda soprattutto
la teoria dell'anàmnesi esposta nel Menone): in termini platonici, l'anima è già immortale, ma
non lo sa, o per meglio dire non se ne ricorda: l'estrema ignoranza e
confusione in cui è precipitata, piombando nella materia, la porta a voler
sapere ciò che in realtà non conta nulla, a vedere, sperimentare (la
trasformazione magica nel caso di Lucio, le sembianze dello sposo divino nel
caso di Psiche), immergendosi nelle illusioni della materia ed
allontanandosi così sempre più dalla sua originaria condizione immortale. Per poter essere di nuovo salva e garantirsi l'immortalità
dovrà arrivare alla conoscenza per una via completamente diversa, che la
costringerà a ricordare ciò che era in origine.
In Plutarco non vi è distinzione
tra curiositas e conoscenza vera,per
la mancanza della prospettiva escatologica.Anzi egli fu addirittura sacerdote
di Apollo,per cui fu esponente di quel nomos patrios,una sorta di mos maiorum grecanico,ma la sua religiosità non assunse mai quei
caratteri formali che furono caratteristica di tanta religiosità pagana,anche
se fu certamente influenzato dalla dottrina pitagorica,come testimonia il de usu carnium,da quella
platonica,poiché credeva nell’immortalità dell’anima e credette nella
trasmigrazione delle anime,ed anzi vi sono alcuni che vorrebbero vedere un
influsso cristiano sul suo concetto di philantropia.
Tutto questo è possibile notarlo nei suoi Moralia
che rappresentano la manifestazione più alta della sua curiositas
e sterminata erudizione .L’opera
infatti può essere considerata una delle più vaste e complesse di tutti
i tempi,una sorta di primitiva enciclopedia,che tratta i temi più vari.Il nome Moralia è riferito ai soli scritti di etica,che occupano gran parte dell’opera o che cmq ne formavano
il nucleo originario,ma il titolo appare riduttivo vista la vastità di temi ed
interessi che l’opera tocca.Per ciò che concerne la divisione interna
dell’opera,distinguiamo gli scritti a carattere
propriamente etico come il de tranquillitate
animi,il De curiositate,
Sarebbe alquanto improbabile trovare
opere tanto sterminate oggi,in un mondo in cui sembra
essersi assopita ogni voglia di scoperta,perché,come tanti sostengono,non c’è
più nulla da scoprire.Ma siccome la sete di sapere è radicata nell’uomo,egli oggi utilizza gli strumenti che ha a disposizione per
scrutare più a fondo ciò che gli si dava per scontato.Da ciò nascono
soprattutto le scoperte scientifiche,che pongono tanti
interrogativi etici. Gli scienziati di oggi sembrano novelli
Ulisse,che sfidano l’ignoto e varcano il confine tra il giusto e
l’ingiusto,tra il bene ed il male ,in nome dell’ebbrezza della scoperta. L’ultima
grande conquista che l’uomo ha compiuto guidato dalla sua smania di conoscere è
stata l’esplorazione della Luna.Questa avvenne
attraverso varie fasi di preparazione:si cominciò con le sonde Survayor che avevano come fine preminente l’invio di dati
alla Terra,il cui successo aprì la strada alle missioni Apollo.Furono inoltre
inviati dei Lunar Orbiter
per esplorare il suolo lunare per farne una mappa.Queste
esplorazioni satellitari ebbero forse scientificamente maggior importanza dello
spettacolare sbarco dei 3 americani.Infatti è grazie
alle informazioni fornite da queste che lo sbarco fu possibile ed inoltre ci
fornirono informazioni precise riguardo a un satellite,che alcuni definiscono
pianeta,che nei secoli ha sempre stuzzicato la curiosità degli
uomini.Gli
antichi,come pure Aristotele la ritenevano un disco di
vetro immobile,mentre Galileo fu il primo ad osservarla per bene,anche grazie
al cannocchiale.Già egli notò che la superficie lunare
è crivellata di crateri che si sono formati in seguito all’impatto con
delle meteoriti,che in passato erano molto più numerose.Questi crateri possono
raggiungere anche
N • m2
G = 6,67 • 1011 ———————————
Kg2
In formule:
M • m
F = G ———————
r2
La
legge di Newton è valida per tutti i pianeti e spiega perché l’orbita di questi
sia ellittica,come affermava la prima legge di
Keplero. Newton comunque non riuscì a spiegare completamente le varie
perturbazioni dell’orbita lunare e degli altri pianeti,poiché
queste dipendono pure dall’attrazione gravitazionale del Sole.Infatti come quella terreste,anche l’orbita lunare è
leggermente inclinata rispetto al piano dell’eclittica,specificamente di 5
gradi e 9 primi, e la linea d’intersezione dei 2 piani è detta linea dei nodi:
quando
In realtà la corsa
alla conquista della Luna fu promossa dal presidente Kennedy,durante la competizione scientifica ed economica tra USA e
URSS che negli anni sessanta arrivò a comprendere pure il campo
dell’astronautica.Egli prospettò l’oltrepassamento della “nuova frontiera” dopo
il west,ossia quella spaziale. Comunque,gli anni sessanta con l’avvento di Kennedy e la morte di
Stalin a cui successe Kruscev,sono considerati gli anni del disgelo:infatti le
due potenze cercarono di venirsi incontro,anche se la competizione rimase
latente.Era solo la fase intermedia della cosiddetta guerra fredda che
si concluderà soltanto con la caduta del Comunismo.Si
tratta di una guerra non combattuta con le armi,ma con
la diplomazia,l’economia e l’ideologia: una guerra di civiltà dunque,che non
degenerò mai in un conflitto aperto grazie all’equilibrio del terrore: le potenze
si equivalevano,entrambe possedevano la bomba atomica,per cui si cercò sempre
di evitare una guerra che avrebbe portato ad uno scontro nucleare. Questo
strano conflitto era cominciata nell’immediato dopoguerra,ma
non è chiaro quando:secondo alcuni sarebbe cominciata dopo la conferenza di
Potsdam,nel ’45,quando vi furono i primi contrasti tra Stalin e
Truman,succeduto a Roosvelt; altri pongono il suo
inizio nel ’46,col discorso di Churchill in cui egli affermava che “Sul
continente è scesa una cortina di ferro da Stettino
sul Baltico a Trieste sull’Adriatico “:questa cortina è quella che separa i
paesi comunisti dal mondo “libero”;mentre altri ancora pongono l’inizio della
contesa nel discorso di Truman del ’47. Il presidente americano era molto
preoccupato era molto preoccupato per la grade
espansione che il comunismo stava avendo nei paesi dell’Est europeo (molti dei
quali prima erano sotto l’influenza tedesca) dove Stalin lo imponeva con la
forza,tanto che
Ci è sembrato opportuno trattare questo tema perché è stata la sete di conoscenza,la voglia di spingersi oltre e di uscire dalla banalità dei luoghi comuni,nonché l’amore per la cultura in sé a guidarci lungo questo lustro di studi,di cui non sta a noi giudicare l’esito,ma solamente avere la consapevolezza di aver fatto quanto era possibile per gratificare se stessi e chi giornalmente ci ha guidati lungo questo “pur breve lungo viaggio” .